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Giuseppe
Riccetti
Biografia
L'immagine
sulla quale Giuseppe Riccetti si arrovella con eleganza da oltre venti anni ha
la struttura figurativa dell’emblema. Dopo aver indagato la forma del
labirinto; ha trasferito la stessa molteplicità di pieghe, piani e interferenze
nel grande meccanismo barocco della centauromachia. La regola è la stessa: il
continuo non segue necessariamente percorsi rettilinei come immaginava Cartesio
ma – come conferma Deleuze – obbedisce alla regola dell’inclinazione dell’anima
e della curvatura della materia. L’intreccio dei corpi diventa un mezzo per
interpretare la natura e interrogare l’anima, penetrare nelle stratificazioni
dello spazio e origliare alla piega dello spirito. Il viluppo dei centauri
sovrappone l’ibrido e declina l’androgino; crea zone d’interferenza tra i
labirinti del corpo e quelli della mente lasciandone tuttavia inalterata
l’incolumità perché l’anima che si inoltra nel segno e si lascia trasportare da
quella fluida finisce per strutturarsi essa stessa come labirinto e quindi perde
l’energia necessaria per scavare nella materia. Questa spossatezza abita anche
l’eleganza dei corpi, svolta in combattimenti e amplessi puramente araldici e
perciò dissanguati da una tara platonica, dove non accade mai che uno dei
contendenti incontri qualcosa che strappi all’uniforme scorrere del tempo un
soprassalto di assoluto. Come in un automa settecentesco la danza dei centauri
si svolge senza che l’anima vinca sulla materia o che lo spazio sopravvanzi la
forma. Organismo ben calibrato, la forma simbolica apre e chiude l’immagine in
movimenti ed equilibri misurati che suddividono lo spazio in modo che la
consistenza dell’intreccio dei corpi sia un pieno pari a quella dello spazio
vuoto che li contiene, li permea e li penetra, lungo una tessitura che
costruisce il quadro come un arazzo. Il sicuro possesso del disegno; il
cromatismo fiocco e monocorde volutamente ( e opportunamente ) distanziato dal
registro naturalistico come da quello “astratto” ; squadernano un teatro di
lettura che evoca continuamente la sua parte nascosta, il retro dell’arazzo,
dove trama ed ordito tessono un labirinto misterioso e involontario che sfugge
al meticoloso e incessante controllo dell’artefice; luogo occulto dove la
fluidità del disegno s’inceppa nel nodo e nella smagliatura, Minotauro sotto i
cui occhi gli amplessi e i combattimenti si risolvono nell’orgia e nella morte.
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