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La
Collezione d’Arte Artisti Uniti per Rosso
Malpelo nata nel settembre 2006 e che
comprende oggi più di 200 opere, risposta di molti
artisti italiani e stranieri di fama internazionale.
Tra questi:
Vincenzo Accame, Carla Accardi, Ennio Alfani,
Filippo Altomare, Pippo Altomare, Fabio Amerio, Lara
Androvandi, Andrea Aquilanti, Rodolfo Aricò, Miguel
Ausili, Massimo Bagarotto, Costantino Baldino, Bernd
Baldus, Igor Banfi, Silvana Baroni, Natascia Beani,
Emilio Bedini,
Francisco Bella Galán,
Jacopo Benci, Michele Benedetto, Luisa Bergamini,
Donatella Berra, Aldo Bertolini, Dare Birsa, Nadia
Blarasin,
Grazia Buscemi,
Jaebong Byun,
Manuel Chabrera,
Mariarosy Calleri, Paola Cancogni, Nicola Carrino,
Francesca Casani, Bruno Cassaglia, M. Elisabetta
Catamo, Giorgio Cattani, Andrea Cioni, Virginia
Colonnella, Alessandro Coltri, Pietro Consagra,
Ettore Consolazione,
Mario Coppola, Tiziana Contino, Marisa Cortese,
Michele Cossyro, Paolo Cotani, Gianluca Cupisti,
Dario Cusani, Alberto D’Italia, Domenico D’Oora,
Caterina
Davinio,
Franco de Courten, Giorgio De Cesario, Enzo De
Curtis, Gino De Dominicis, Massimo De Luca, Michele
De Luca, Pino De Luca, Crescenzo Del Vecchio
Berlingieri, Fausto Delle Chiaie, Marco Delogu,
Romina Diaz, Maria Rita Dolfi, Salvatore Dominelli,
Claudia Emanuele, Salvatore Emblema,
Metka Erzar,
Anna Esposito, Manuela Falagiani, Giuseppe Fazzi,
Raimondo Ferlito, Marco Fioramanti,
Natale Fiorenza,
Dan Flavin, Giordano Floreancig, Giorgio Fresi,
Leonardo Galliano, Antonella Gandini,
Max Gangl,
Enrica Giannasi, Piero Gilardi, Franco Giuli,
Giorgio Griffa, Gruppo Sinestetico, Armin Guerino,
Lorenzo Guerrini, Renato
Guttuso,
Anne Hakala, Anneli Hilli, Anna Marie Holm, Tatsuo
Uemon Ikeda, Helka Immonen,
Francesco Impellizzeri,
Corneliu Ionescu, Kumiko Ishiguro, Anna Keen,
Brigitta Kemi, Evrim Kilic, Dušan Kirbiš, Tuomo
Klemi, Massimiliano Kornmüller, Joseph Kosuth,
Amedeo Lanci,
Gianleonardo Latini, Ettore Le Donne, Claudia
Leporatti, Fiona Liberatore, Tatiana Loi, Andreas
Lolis,
Biagio Longo,
Vincenzo Ludovici, Enrico Luzzi,
Ruggero Maggi, Teodosio Magnoni, Chirin Malla,
Renato Mambor, Elio Marchegiani, Giulio Marchetti,
Khewhedinoh Marchi, Evstati Marinov, Gino Marotta,
Maria Grazia Martina, Paola Martinella, Pier
Francesco Martini, Sergio Mazzanti, Nicola Mette,
Simone Millo, Kika Møller,Luigi Montanarini, Silvia
Montanelli, Monticelli & Pagone, Salvatore Notarrigo,
Dennis Oppenheim, Manlio Onorato, Franco
Ottavianelli, Achille Pace, Giuseppe Pansini,
Patrizia Pappalardo, Alberto Parres, Giada
Passalacqua, Salvatore Pepe, Marco Petrella, Gianni
Piacentini, Pope, Elisa Pratici, Robert Primig,
Elisa Puddu,
Pupillo, Antti Raitala, Debora
Ramacciotti,
Giuseppe Riccetti,
Lucia Romualdi, Mariano Rossano, Massimiliano Ruocco,
Enzo Salanitro, Antonio Sanfilippo, Enzo Santese,
Sergio Sarritzu,
Roberto Scala,
Antonio Sciacca, Bernardo Scolnik, Antonio Scordia,
Edith Schloss, Gernot Schmerlaib,
Felice Serreli, Elke Siml, Mille Søndergaard, Min
Soung Ho, Nicola Spezzano, Marilisa Spironello, Knud
Steffen Nielsen, Silvia Stucky, Joze Subic, Tilly,
Riccardo Tommasi Ferroni, Etko Tutta,
Serge Uberti, Giuseppe Uncini, Nicole Valenti,
Marja-Leena Valkola, Alessandra Valloni,
Gaetano Vicari,
Giorgio Vicentini,
Pasquale Vinciguerra,
Hideto Yada, Zhao Yuhong, Rolando
Zucchini.
ARTISTI UNITI PER ROSSO MALPELO
di
Filippo Altomare
Lo
sfruttamento minorile, le avverse condizioni di
lavoro, il pregiudizio sono temi che hanno
fortemente segnato nei decenni passati la Sicilia e
che, ancora oggi, seppur in modo meno rilevante,
continuano ad imporsi alla nostra attenzione.
Malupilu è un minatore, ma è, soprattutto, un
fanciullo, sfruttato e discriminato persino per il
colore dei suoi capelli. Creatura del genio
verghiano, deve considerarsi tuttora, come allora,
proiezione di quei minori, sfruttati in diversi
paesi del mondo.
Nel
progetto “Artisti Uniti per Rosso Malpelo”,
diventato per mio desiderio un’esposizione di opere
d’arte figurativa, la letteratura, il cinema e le
arti visive convivono in una sorta di cenotafio, che
ho voluto erigere per il ragazzo-minatore Rosso
Malpelo. Naturalmente, il monumento sepolcrale del
soggetto in questione è privo dei resti mortali e,
con esso, vorrei dare vita ad un’architettura
idealizzata.
L’identikit iniziale ci viene fornito da Giovanni
Verga (Catania 1840 -1922) autore, alla fine
dell’800, della famosa novella Rosso Malpelo:
“Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli
rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un
ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di
riuscire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava
della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino
sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo,
aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo
(…).
Massimo esponente del Verismo italiano – autore di
grandi romanzi come I Malavoglia e
Mastro-don Gesualdo, e famose novelle quali
Nedda, Jeli il pastore, La lupa,
ecc. – descrive egregiamente la condizione di vita e
il duro lavoro dei minatori ed in particolare del
“caruso” Rosso Malpelo.
I
“carusi” erano quei ragazzi costretti dalla precaria
situazione economico-familiare a lavorare, per
pochi centesimi, quindici ore al giorno. Venduti
dalle famiglie, vivevano, in condizione di
semi-schiavitù e nei sotterranei, la loro
fanciullezza. Il loro duro lavoro consisteva nel
trasportare a spalla il minerale dalle viscere della
terra in superficie. I più sfortunati facevano la
fine di Rosso Malpelo, che , come racconta il
Verga, “ci morì come v’era morto il padre (…)
Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i
ragazzi della cava abbassavano la voce quando
parlavano di lui nel sotterraneo, che hanno paura di
vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli
occhiacci grigi”.
Anche
il Premio Nobel per la Letteratura Luigi Pirandello
(nato in una campagna nei pressi di Agrigento
chiamata Caos nel 1867 e morto a Roma nel 1936) ha
creato un personaggio, la cui vita si è svolta
essenzialmente nel sotterraneo della zolfara, e
protagonista della novella Ciàula scopre la luna.
In un finale che può definirsi veramente toccante,
il protagonista scopre, con grande meraviglia,
l’esistenza di una realtà la cui bellezza a lui è
sconosciuta: “(…) Sì, egli sapeva, sapeva che
cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si
è dato mai importanza. E che poteva importare a
Ciàula, che in cielo ci fosse la luna? Ora, ora
soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della
terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere
sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola
là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!”.
Ho
voluto coinvolgere in questa disamina anche l’ormai
famoso, Aurelio Grimaldi (Modica1957). Egli,
attraverso una pellicola girata nel 1992, fornisce
un contributo apprezzabile al filone qui
investigato. Diversi sono i romanzi che scrive, ma,
di essi, risulta particolarmente determinante per la
svolta a cui dà luogo Mery per sempre,
romanzo dal quale, nel 1988, il regista
cinematografico Marco Risi ha tratto un magnifico e
indimenticabile film. Dopo il successo del film,
interpretato da attori quali Michele Placido, per
Grimaldi è iniziato un momento magico che lo ha
visto e lo vede tuttora sceneggiatore e regista di
successo di parecchie produzioni cinematografiche.
Voglio ricordarvi, visto che il tema trattato
risulta vicino a quanto a me sta a cuore, La
discesa di Aclà a Floristella (1992), pellicola
presentata al Festival del Cinema di Venezia.
Questo
film è ambientato negli anni trenta e il paese
vicino alla miniera, luogo in cui la famiglia del
protagonista vive miseramente, si trova naturalmente
in una zona interna della Sicilia. Molte e,
soprattutto, costose sono state le scene allestite
sul set, ma vi si è badato poco: ciò che contava
veramente era il risultato. Protagonisti della
storia due poveri genitori, che, per poter sfamare
gli altri membri della famiglia, sono costretti a
“vendere” come “caruso” e per otto lunghi anni, il
piccolo Aclà, che di anni ne ha solo undici. Come
Malupilu, anche il suo, di lavoro, consiste nel
trasportare a spalla il minerale. Egli vive, dunque,
le innumerevoli complicanze che la vita, che lui non
ha scelto, gli prospetta; ha un sogno, lui: scappare
in Australia; impossibile, però, tradurlo in realtà.
Un
altro professionista fondamentale per il piano di
lavoro che voglio portare avanti è Pasquale Scimeca
(Aliminusa 1956), regista e sceneggiatore di
produzioni cinematografiche note a tutti, quali:
Placido Rizzotto (2000) e La Passione di
Giosuè l’Ebreo (2005). Fra le tante realtà
paesane della Sicilia, questi sceglie Sperlinga come
set della sua pellicola targata 2006 e il Parco
Minerario Floristella-Grottacalda, situato nel
triangolo Enna - Piazza Armerina - Valguarnera.
Sperlinga corrisponde magnificamente alle esigenze
del regista. E quest’ultimo, assieme alla sua
troupe, ambienta il film in un contesto scenografico
comprendente un singolare paesaggio, un borgo
rupestre costituito da numerose grotte scavate
dall’uomo molti secoli fa e il Castello che si erge
superbo e maestoso sull’abitato in parte scavato e
in parte costruito. Sfrutta, in tal modo, una
scenografia naturale, sia per gli interni che per
gli esterni, senza dover ricostruire; interviene
solo con piccole modifiche, dovute alle esigenze
della fotografia.
Il
suggestivo territorio sperlinghese e la particolare
parlata galloitalica, qualche decennio fa, hanno
destato vivo interesse anche nel regista Peppuccio
Tornatore, che agli esordi della sua carriera
cinematografica, ha voluto includere Sperlinga in un
documentario Minoranze etniche in Sicilia.
Ma
questa è un’altra storia.
Il
titolo del film diretto da Scimeca è Minatori.
Rosso Malpelo. La storia alla quale egli si è
ispirato è, ormai, nota; ambientata, tuttavia, negli
anni Sessanta è la sceneggiatura, che firma assieme
a Nennella Bonaiuto, proprio in quei favolosi anni
Sessanta, durante i quali il boom economico, già
iniziato altrove, tardava a giungere in Sicilia,
dove non mancavano situazioni di povertà, di
disoccupazione, di sfruttamento, dove l’avvenire si
prospettava incerto e la paga, per coloro che
riuscivano a trovare lavoro, un duro lavoro, non
bastava neanche a “sbarcare il lunario”.
Credo
si sappia che gli Anni Sessanta abbiano
rappresentato, per molte famiglie del sud, un
decennio di necessaria e, dunque, drammatica
emigrazione. Secondo studi demografici, intorno agli
anni cinquanta, i residenti a Enna e provincia erano
250.000; pochi decenni più tardi 186.000: oltre
60.000 persone avevano duramente scelto di “provare”
ad iniziare una vita nuova, o, quanto meno, più
dignitosa, altrove. I nostri nonni, i nostri
genitori, i nostri parenti attratti dal “miracolo
economico”, avevano deciso di abbandonare in massa
la loro terra per mete sicuramente migliori e più
generose. Il Nord, “il Continente”, come comunemente
lo si chiamava allora, ma anche le nazioni estere
erano più ricche ed evolute e, soprattutto,
offrivano maggiori e migliori “garanzie” lavorative
presso le industrie. Anzi, erano proprio queste
ultime ad avere bisogno di manodopera e, insieme
all’edilizia in espansione, esse costituivano il
miraggio, per molti divenuto fortunatamente realtà,
di una vita migliore per i propri figli, anche a
costo di dovere accettare e superare le difficoltà
provenienti da un’integrazione sofferta per le
diverse identità, abitudini e cultura.
Qui,
da noi, nel cuore della Sicilia, molte furono le
miniere costrette a chiudere, poiché, essendo
arretrata la tecnologia estrattiva, insostenibili
divenivano i costi di produzione. Voglio ricordarvi
Floristella-Grottacalda, Zimbalio, Giangagliano,
Bambinello, ecc. Le strutture erano fatiscenti e il
prodotto che si estraeva poco competitivo; ma, nel
Nord dell’Italia, così come in Belgio, Francia,
Germania o Olanda il progresso faceva sì che questi
problemi non esistessero.
Se
potessi plaudire al film di Scimeca lo farei
senz’altro, poiché il profilo che ne viene fuori
risulta essere molto vicino al periodo d’oro del
cinema d’autore italiano, francese e russo, al quale
sono particolarmente interessato. Volendo fare un
esempio, credo sia sufficiente osservare una
sequenza nella quale l’unica nota colorata per i
nostri eroi (Rosso Malpelo e il suo amico Ranocchio,
vittima anch’egli di un indifeso meccanismo di
passivizzazione secondo un destino già segnato)
sembra sia la scena della festa con il fantastico
carosello e le giostre piene di luci colorate; in
essa il regista ci mostra, ricostruendolo in ogni
suo dettaglio e, potrei quasi dire, fotografandolo
come preso dalla realtà d’un tempo, uno spaccato di
quel tipo di vita, e tutto quanto accade si rivela
ricco di sentimento, ed emozione. La lingua usata
all’interno del film è il siciliano, che risente,
però, di più parlate locali; ciò, affinché esso
possa risultare comprensibile ad un pubblico vasto
il più possibile. Stessa scelta che si è fatta nel
film La Terra Trema di Luchino Visconti, dove
il siciliano viene classificato come la lingua dei
poveri.
Scimeca, con questa produzione cinematografica,
volendo cogliere una sottigliezza, ha voluto
sottolineare un’emergenza reale verso la quale non
possiamo chiudere gli occhi. Si tratta dei
tantissimi bambini/ragazzi avviati ingiustamente al
mondo del lavoro, milioni di minori, spesso orfani,
ma, soprattutto, poveri che nel Terzo Mondo vengono
regolarmente impiegati in ambiti lavorativi spesso
duri o “utilizzati” come soldati. In Italia, non
mancano situazioni di degrado e sfruttamento. Sono,
infatti, migliaia i bambini e le bambine provenienti
dall’Est europeo mandati lungo le strade a chiedere
l’elemosina oppure costretti a fare piccoli furti
presso le città metropolitane.
Tralasciando lo sfruttamento per fini sessuali, l’Unicef
stima che, in Bangladesch, lavorino circa 3.300.000
bambini, ovvero un quinto dell’intera manodopera. E
tutto ciò malgrado gli sforzi fatti negli Anni
Novanta per ridurre l’impiego dei fanciulli nel
settore tessile.
Molti,
tra questi ultimi, sono costretti a svolgere anche
lavori pericolosi in stabilimenti dove si fabbricano
vernici o costruzioni meccaniche, oppure in concerie
dove vengono usati componenti chimici pericolosi e
altamente tossici. In media un lavoratore bambino
guadagna 60 taka (meno di un dollaro USA) al giorno,
circa un terzo di quanto guadagni un adulto. I
proprietari delle fabbriche preferiscono assumere
bambini per non dover rendere conto ai sindacati. Ai
bambini che cominciano a lavorare presto, vengono
meno l’opportunità di studiare e la possibilità di
trovare lavori migliori in futuro.
Io,
insieme ai miei colleghi dell’Associazione Culturale
Altom@rte, ho voluto avviare questo progetto
espositivo, d’arte figurativa, con l’intendimento
di trovare, in qualche modo, una linea di continuità
con il film di Pasquale Scimeca, al quale, insieme
a loro, mi sono ispirato e il quale è stato per la
stessa Associazione, fonte di molte idee.
In
Sicilia esistono già diversi musei sulle miniere
(Parco Minerario Floristella-Grottacalda, Treno
Museo di Villarosa, Paese Museo di Villapriolo,
ecc.) e l’intenzione dell’Associazione non è quella
di doppiare l’esistente, ma quella, invece, di voler
avviare una “collezione d’arte”, unica nel suo
genere, poiché coniuga il binomio arte contemporanea
su Rosso Malpelo – sfruttamento minorile nel mondo
del lavoro. L’Associazione ha, tra le altre cose,
avuto l’opportunità, di esporre i costumi, gli
attrezzi, le foto di scena del film appena girato,
prendendo in prestito l’idea dalla città di
Brescello (Reggio Emilia), dove il tutto iniziò nel
1951, cioè con l’arrivo della troupe cinematografica
che girò il primo film. Chi non ricorda Fernandel e
Gino Cervi nelle vesti, rispettivamente, di Don
Camillo e il Sindaco comunista Peppone? I due attori
furono i protagonisti di ben sei film, tutti girati
nella città emiliana, dove, all’interno di un
ex-convento benedettino, è stato allestito da
qualche anno un museo con numerosi cimeli e preziosi
ricordi fotografici.
Ma
Brescello non è l’unico esempio al quale mi sono
ispirato. Gli stabilimenti cinematografici di
Papigno - Terni di proprietà di Cinecittà e della
Melampo-Film sarebbero dovuti diventare dei musei
contenenti le magnifiche scenografie e i bellissimi
costumi de La Vita è Bella (film premiato con
l’Oscar) e Pinocchio creati da Danilo Donati,
famoso costumista e scenografo, di grandi registi
come Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Liliana
Cavani, ecc.).
Ma se
vogliamo continuare con altri esempi, possiamo
ricordare che sono sufficienti pochi euro per poter
visitare lo splendido vascello costruito
appositamente per le riprese cinematografiche del
film Pirati di R. Polanski e attualmente
ancorato nel porto vecchio di Genova.
E,
ancora, provate ad immaginare che suggestivo museo
potrebbe essere realizzato se fosse possibile
mettere le mani su alcune delle tantissime ed
inutilizzate scenografie del Teatro dell’Opera di
Roma, che sostano ingiustamente negli enormi
depositi della Tiburtina, o sulle sontuose
scenografie e gli sfarzosi costumi realizzati per l’Aida
di Franco Zefirelli?
io,
insieme ai miei colleghi dell’Associazione Altom@rte,
sono convinto che le opere d’arte debbano divenire
memoria storica del bello e del brutto e produrre
stimoli per la realizzazione di un mondo migliore.
L’arte è qualità, ma è, soprattutto, identità di
luoghi: ciò si sapeva già nell’Antico Egitto, in
Grecia e a Roma, come pure durante il Rinascimento e
il Barocco ed i musei sono pieni di opere che lo
dimostrano. Ci si dovrebbe, invece, impegnare a far
sì che, dei valori di cui sono portatrici le opere
d’arte, diventassero pienamente consapevoli i
fautori delle politiche culturali ed economiche,
come un tempo facevano i mecenati.
Certo,
per i grandi programmi artistico-culturali occorrono
sostanziosi investimenti … purtroppo mancano figure
come il magnate americano Andrew Mellon, che
contribuì alla costruzione della National Gallery di
Washington donando la sua collezione, o come
Rockefeller, finanziatore del Metropolitan Museum di
New York, o come ancora Peter Ludwig, industriale
del cioccolato, le cui collezioni costituiscono il
nucleo principale del museo d’arte moderna e
contemporanea di Colonia. Fortunatamente, però,
l’italiano Giuseppe Panza di Biumo ha collezionato
nel tempo opere d’arte americana contemporanea e ha
trasformato la sua villa di Varese in una sorta di
museo aperto al pubblico; in Francia Cartier ha una
consistente collezione d’arte contemporanea e nella
nuova sede di Parigi sviluppa un intenso programma
espositivo; il francese Pinault ha voluto acquistare
Palazzo Grassi a Venezia, di proprietà della FIAT,
e, dopo accurati restauri, lo ha fatto diventare,
nel 2006, il museo espositivo d’arte contemporanea
più importante d’Italia. E che dire della Saatchi &
Saatchi in Inghilterra! Potenza incontrastata
nell’ambito dell’arte contemporanea in Inghilterra e
manna dal cielo per il paese, poiché il suo scopo è
quello di promuovere e valorizzare tutte le
principali ricerche internazionali d’avanguardia,
attraverso mostre, borse di studio, conferenze e
pubblicazioni. Volendo, poi, fare un paragone col
campo dell’industria cinematografica, in esso
emergono figure come quelle di Dino De Laurentis,
Carlo Ponti, Mario Cecchi Gori, Franco Cristaldi e
tanti altri, che possiamo definire figure
determinanti per il pianeta cinema; le loro
sensibilità, disponibilità economica e lungimiranza
hanno fatto grande l’Italia cinematografica, la
quale, grazie a loro, può vantare produzioni di
grandissimo successo, ed ammirate oggi in tutto il
mondo.
Il
progetto “Artisti Uniti per Rosso Malpelo” è stato
realizzato per essere dedicato ai tanti bambini la
cui condizione di vita è quella che abbiamo
ampiamente descritto sopra.
Numerosi sono gli artisti che hanno aderito alla
creazione della “Collezione Artisti Uniti per Rosso
Malpelo”. Questa, pur nella diversità degli stili,
documenta e rappresenta l’arte visiva a noi
contemporanea e che possiamo ammirare nei circuiti
espositivi, pubblici e privati, nazionali e
internazionali. Gli artisti presenti nella
Collezione hanno creato e donato le loro opere
appositamente per il nostro progetto. Queste ultime
vogliono essere non opere di apologia, ma opere che
denunciano situazioni deplorevoli mediante una
visione di sintesi senza troppi compiacimenti e,
soprattutto, senza retorica. Gli artisti che hanno
voluto prendere parte a questo progetto sono tutti
professionisti dell’arte visiva; le loro creazioni
sono presenti in collezioni pubbliche e private, in
fiere d’arte, in musei e gallerie italiane ed
estere, in edifici che svolgono funzioni pubbliche,
ecc. . Si tratta di artisti che hanno esposto al
Guggenheim Museum di New York, alla Galleria
Nazionale d’Arte Moderna di Roma, alle Biennali di
Venezia, alle Quadriennali di Roma, al PAC di Milano
e le cui opere si possono ammirare in due piazze
distinte di Atene; negli Emirati Arabi; nel The 5th
Asian Sculpture Exhibition in Giappone; nel Parco
della Scultura di San Paulo in Brasile; negli spazi
pubblici di Finlandia, Germania, Turchia, Spagna,
Siria, Bulgaria, Danimarca, Corea del Sud,
Ungheria; in Italia presso la sede Rai di Viale
Mazzini a Roma, nelle Capitanerie di Porto di
Fiumicino-Roma, a Bari e Trieste; in chiese,
conventi e ospedali di Roma e di altre città del
Lazio, nelle porte bronzee di una Banca in via del
Corso a Roma, nella nuova caserma dei Vigili del
Fuoco a Perugia, nel Centro per l’Arte Contemporanea
di Umbertide, nel Museo d’Arte Contemporanea della
Valcellina di Claut, nella Galleria Civica di
Termoli, nella Collezione dell’Università di Siena,
ecc. ecc. ecc. .
Io e i
miei colleghi, insieme, naturalmente a tutti gli
artisti (fotografi, incisori, pittori, poeti e
scultori) presenti in mostra, vorremmo che, presso
la nostra società i minori avessero il diritto di
crescere, giocare, studiare, senza per questo dover
pagare pegni durissimi e grande è la solidarietà che
vogliamo, che con quanto abbiamo fatto, arrivi ai
tanti Rosso Malpelo, Ciàula ed Aclà, protagonisti di
novelle e di produzioni cinematografiche ed ai
moltissimi bambini sfruttati, “protagonisti”,
anonimi e inconsapevoli, della realtà odierna.
A
tutti loro si vuole, dunque, dedicare questa
esperienza espositiva.
Presentazione
Filippo Buscemi
Sindaco di Nissoria
La terra di Sicilia,
grondante ancora del sudore di giovani vite private
del diritto alla serenità, alla felicità e al gioco,
torna alla ribalta con la drammatica storia di Rosso
Malpelo. E’ la Sicilia del duro lavoro nelle
miniere, argomento ancora oggi dei racconti dei
numerosi minatori in pensione presenti nella
provincia di Enna. E’ la Sicilia del pregiudizio che
diventa motivo di discriminazione e di condanna per
chi nasce con i capelli rossi. E’ la Sicilia che non
ascolta i bisogni dei bambini indifesi, costretti a
vivere in ambienti malsani e sottoposti a sforzi
disumani, non adatti alle loro gracili membra.
La Sicilia di oggi,
per fortuna, si è lasciata alle spalle gran parte
dei problemi legati allo sfruttamento minorile. Il
miglioramento delle condizioni sociali, l’obbligo
scolastico, il richiamo all’osservanza e al rispetto
dei diritti dell’infanzia, hanno contribuito a
favorire lo sviluppo naturale dell’essere umano, il
sano passaggio dall’infanzia, all’adolescenza, alla
maturità. E quei casi, che pur si leggono nella
cronaca siciliana e italiana, di violenze sui minori
e del loro sfruttamento negli ambienti malavitosi,
suscitano la riprovazione della società intera.
Esempi di infanzia
negata ci arrivano, però, da molte parti del mondo.
Dai Paesi sottosviluppati, dove i bambini che non
muoiono prima dei cinque anni devono affrontare
molteplici difficoltà per sopravvivere, specialmente
quando si ritrovano senza genitori; dove molti
bambini non vengono registrati alla nascita e
pertanto non hanno alcun diritto perché legalmente
non esistono. Dalle periferie di grandi metropoli,
dove molti ragazzi sono costretti a vivere per
strada, a prostituirsi e a respirare vapori di
colla per appagare il bisogno di cibo non sempre
disponibile. Dai Paesi in guerra, dove molti bambini
vengono obbligati a imbracciare un fucile, al posto
dei giocattoli più consoni alla loro fascia d’età,
per difendere delle cause spesso assurde.
Il sacrificio di un
“caruso” della nostra terra come Rosso Malpelo
diventa un monito affinché i bambini possano vivere
spensieratamente la loro infanzia ovunque essi si
trovino, sotto la guida di adulti che non devono
perdere mai di vista gli articoli della Convenzione
sui diritti dell’infanzia.
A Nissoria per
fortuna non abbiamo casi di sfruttamento minorile,
ma nelle nostre città più grandi vediamo spesso
bambini che chiedono l’elemosina nei pressi dei
semafori o lungo le strade, nei cui occhi si nota
l’espressione di profonda tristezza. Sono guidati,
sorvegliati e sfruttati da adulti senza scrupoli
che li fanno dormire come bestie in casolari
abbandonati per poi usarli per i loro sporchi
guadagni.
L’Amministrazione
Comunale di Nissoria ha voluto presentare il film di
Pasquale Scimeca “Rosso Malpelo”e portare la
testimonianza degli Artisti Uniti per Rosso Malpelo
attraverso le loro opere d’arte, realizzate con
tecniche varie, per fare conoscere a chi vive in un
mondo migliore che esistono posti dove i conflitti
armati, l’AIDS, l’analfabetismo e lo sfruttamento
minorile provocano ancora tanti gravi problemi.
Problemi che bisogna conoscere e affrontare per
migliorare la vita di tutti i bambini.
Ricordiamo la
Convenzione sui diritti dell’infanzia, che all’art.
3 recita: “Tutti gli adulti devono fare ciò che è
meglio per te. Quando gli adulti prendono delle
decisioni, dovrebbero pensare a come queste
decisioni influiscono sui bambini”.
Il Sindaco e gli
Assessori Comunali di Nissoria ringraziano il
regista Pasquale Scimeca, gli attori del film,
l’Associazione Culturale Altom@rte e tutti gli
Artisti Uniti per Rosso Malpelo per la singolare
iniziativa espositiva contro lo sfruttamento dei
minori.
ROSSOMAPELO
E I MONORI IN DIFFICOLTÀ
Francesco Vicino
Assessore alla Cultura
Comune di Nissoria
Con la novella Rosso
Malpelo nel 1880 Verga pone attenzione alla
situazione di sfruttamento, pregiudizio e
discriminazione in cui molti minori erano costretti
a vivere. Oggi fortunatamente lo scenario minorile
nel territorio siciliano è notevolmente migliorato,
ciò non significa che non ci siano minori in
difficoltà. La triste realtà è che nel nostro
territorio esistono bambini abusati. La SINPIA
(Società Italiana di Neurologia e Psichiatria della
Infanzia e dell’Adolescenza) ha formulato una
classificazione delle varie forme di abuso sui
minori in quattro gruppi: maltrattamenti fisici e
psicologici; patologie della cura, incuria e
ipercuria; abuso sessuale intrafamiliare ed
extrafamiliare; violenza assistita. Con tale
dichiarazione il lavoro minorile diviene non solo
una trasgressione normativa ma un abuso. Nel 2002
Kofi Annan ha presentato una relazione consuntiva
del Summit mondiale per l’infanzia denunziando il
fatto che 250milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni
nei Paesi in via di sviluppo lavorano, e 50-60
milioni di questi lavorano in condizione di grave
pericolo. Ma non bisogna spostarsi così tanto per
osservare scenari simili. Nella nostra realtà molti
bambini, soprattutto maschi, hanno cominciato a
lavorare prima dei dieci anni. Per molti il lavoro
segue giornalmente all’impegno scolastico. Spesso in
estate aiutano madre e padre altre attività e
l’impegno orario è spesso prolungato. Il loro
lavoro, soprattutto in famiglie numerose,
costituisce un contributo economico. Per molti di
loro questa esperienza lavorativa prematura è
vissuta come uno “sfruttamento”. Alla luce di tutto
ciò nasce l’esigenza di creare una presa di
coscienza collettiva per la nascita di una
pedagogia sociale poiché il modo migliore di
proteggere i bambini è educarli: assecondandone i
bisogni fondamentali all’esistenza dignitosa,
all’espressione, all’autonomia, all’identità
psichica e mentale. Il problema riguarda non solo la
famiglia, non solo la scuola, ma la società nel suo
complesso. Occorre che l’educazione sia un fatto
essenzialmente sociale, occorre che le agenzie
formative presenti sul territorio siano coordinate
in funzione di una corretta e integrata formazione
critica finalizzata ad offrire una risposta ai
bisogni di crescita e della socializzazione.
Rosso Malpelo e i bambini sfruttati
nel mondo del lavoro
di
Pasquale Scimeca
Secondo i dati
forniti dall’ UNICEF oggi nel mondo vi sono 218
milioni di bambini che lavorano.
Con le loro
piccole mani cuciono le scarpe con le quali
camminiamo, i palloni con i quali giochiamo, fanno i
tappeti che arredano i nostri salotti, lavorano nei
campi e nelle fabbriche, raccolgono immondizie,
chiedono l’elemosina, si prostituiscono.
Tutte forme di
sfruttamento odioso, inumano, che non dovrebbero più
esistere, ma che purtroppo alimentano una parte
notevole del sistema economico mondiale.
Tra tutte le forme di
sfruttamento, quello dei bambini che lavorano nelle
miniere è senza dubbio il più odioso e
intollerabile.
Perché in miniera i
bambini sono costretti a lavorare al buio, dentro
cunicoli che sprofondano nelle viscere della terra,
senza aria né luce, in ambienti malsani, in
promiscuità con uomini che a causa del caldo spesso
lavorano nella più completa nudità.
Per i bambini è
naturale avere paura del buio, delle ombre, dei
fantasmi, dei rumori improvvisi. Entrare in una
miniera provoca un senso di spaesamento, di
alienazione dalla realtà che sconvolge e atterrisce
persino gli adulti, provate a pensare cosa può
succedere nella mente di un bimbo di nove anni che
per guadagnare un dollaro o due è costretto a
passarvi l’intera giornata, le settimane, i mesi,
gli anni.
Ogni mattina, ogni
santa mattina, quando spunta il sole sul civile
Occidente e le madri accompagnano i loro figli a
scuola, nel resto del mondo una moltitudine di
piccoli esseri scende nel profondo della terra,
scava minerali, trasporta pietre e carbone su e giù
per anfratti e cunicoli, e quando viene sera il
buio della notte li avvolge un’altra volta e ce li
nasconde, a noi, che siamo ben felici di non poter
vedere né sentire.
Ma quanti sono i
bambini che ancora oggi lavorano nelle miniere?
Secondo
l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil)
sono più di un milione.
Più di un milione.
Mio Dio, quant’è più di un milione!
Quanto una città.
Un’intera città popolata da bambini che vivono sotto
terra come topi, abbandonati a se stessi come cani
randagi. E noi non riusciamo a vederli.
Agli inizi degli anni
'50 del secolo scorso, in Sicilia vi erano ancora
centinaia di miniere dove si estraeva lo zolfo. E in
queste miniere lavoravano migliaia di "carusi".
Bambini con le gambe arcuate, le schiene storte,
rachitici, venduti come schiavi, senza nessun
diritto né istruzione. Questi bambini tornavano a
casa una volta la settimana, per il resto dei giorni
dormivano nei casolari abbandonati o addirittura
dentro le gallerie delle miniere. una vita da
bestie. Uno scandalo indegno di un paese civile.
Ebbene, per far finire questo scandalo si sono
dovute combattere battaglie politiche furiose.
Un ruolo importante in
queste battaglie lo ebbero gli intellettuali, gli
artisti. Furono due scrittori, Mario Farinella e
Carlo Levi, a denunciare all'opinione pubblica
nazionale la realtà dei "carusi". Fu un grande
cineasta come Vittorio De Seta a immortalarli nei
suoi documentari. Ecco che l'arte, uscita dalla sua
torre d'avorio, diventava uno strumento di denuncia
sociale, si faceva carico "del dolore del mondo
offeso" (per usare un'espressione di E. Vittorini) e
incideva nelle carni vive della società, scavava
nell'indifferenza e nell'ipocrisia delle coscienze.
I "carusi" di oggi,
quelli che vivono in Africa, in Asia o in America
Latina, chi ce li racconta? Chi ce li fa conoscere?
Usiamo l'arte
come una clava. La cinepresa come un mitra che spara
ventiquattro fotogrammi al secondo. Perchè forse è
vero quello che il grande scrittore russo fa dire a
uno dei suoi personaggi: "E' vero principe che la
bellezza salverà il mondo?
ROSSOMALPELO
Un serbatoio di
cultura?
di Filippo Altomare
Abbiamo messo insieme
due elementi apparentemente non omogenei fra loro ma
che, invece, una volta amalgamati, si direbbe oggi
mixati perbene, hanno dato vita ad un prodotto
alquanto singolare nel panorama artistico-culturale
italiano.
Il primo elemento
l’abbiamo preso in prestito dalla fantasia di
Giovanni Verga che, oltre cento anni fa, creò il
mitico e sfortunato personaggio chiamato Rosso
Malpelo.
Il secondo l’abbiamo
messo noi, non senza fatica, attraverso il
coinvolgimento di artisti, pittori, scultori, poeti,
scrittori, saggisti, registi.
Tutte figure
che convivono (virtualmente parlando) nel pianeta
della creatività e dei sogni e che hanno messo a
nostra disposizione intelligenza, passione,
generosità. In questo modo abbiamo avuto
l’opportunità di offrire al pubblico uno spaccato
significativo dell’arte italiana e internazionale
che include anche le ultime generazioni presenti
sulla scena artistico-culturale. Come avete avuto
modo di vedere, la presenza artistica in questa
esperienza espositiva appartiene a varie generazioni
(si inizia con un’opera del 1924 di De Curtis, un
carboncino del 1929 di Montanarini, una tempera del
1966 di Antonio Sanfilippo e prosegue con opere
degli anni ’70-’80-’90 fino al 2008) e di
conseguenza a linguaggi multiformi che vanno a
sommarsi alle opere esposte la scorsa primavera
(2007) nelle sale della Galleria Civica di Enna.
Certe volte mi chiedo
perché i musei italiani non si comportino come
quelli americani che progettano situazioni protese
verso il futuro e investono milioni di dollari in
contenitori che aprono l’utente a nuove opportunità.
Forse la risposta è semplice: tutto dipende dalla
forza economica che si mette in campo, da quanto si
riesce a vedere oltre “l’ermo colle” e di
conseguenza dalla ricchezza che il sistema paese
esprime. L’organizzazione di base dei musei
americani, ormai consolidata, è una grossa
industria, una delle industrie più importanti
assieme a quelle cinematografica e discografica che,
tra piani di vendita o acquisizioni e investimenti
impiegano ingenti capitali interamente privati e gli
acquisti di opere d’arte vengono fatte a suon di
bigliettoni verdi com’è di regola nella strategia di
mercato del sistema capitalistico. Non esiste la
donazione delle opere d’arte da parte degli artisti
se non in una forma diversa da quella che conosciamo
noi. Mentre, nel nostro paese, a meno che non ci
siano cambiamenti politico-culturali e
comportamentali, la donazione, si può dire, è
prassi quasi consolidata e grazie ad essa si sono
create (a partire dagli anni ’80) decine e decine di
Gallerie Civiche o Collezioni Pubbliche (vedi le
opere donate da Mario Ceroli al Comune di Roma,
oppure quelle date da tantissimi artisti in “conto
deposito” e che possiamo ammirare alla Farnesina
sede del Ministero degli Esteri) più o meno
importanti e presenti anche in località minori della
provincia italiana (Bronte, Caltagirone, Cesano
Maderno, Erice, Gibellina, Siena, Spoleto, Termoli,
Umbertide, ecc.). In pratica, nel nostro paese,
chiedere in dono un’opera ad un artista, gallerista
o collezionista è normale (questo non significa che
le donazioni si attuino con facilità). Tuttavia,
attraverso questa pratica, si è dato vita ad un
patrimonio permanente che regge (almeno tenta) e si
confronta con le realtà museali metropolitane di
alto livello e forse più rappresentative nel
panorama internazionale. La provincia italiana non
può e non deve morire di mal di provincia e
La Collezione Artisti Uniti per Rossomalpelo…nella
prospettiva di un museo oggi, con oltre 200
opere, rappresenta un’opportunità per le diverse
istituzioni. Gli Enti del territorio della provincia
ennese, anziché puntare su soluzioni
turistico-culturali effimere, dovrebbero, fra le
altre cose, impegnarsi in politiche coraggiose e
realizzare in tempi rapidi un museo con riferimenti
contemporanei al cui interno potrebbe trovare giusta
collocazione la Collezione Rossomalpelo,
diventata ormai una realtà. La produzione del
film Hannibal Lecter (regia di Peter Webber),
per girare alcune scene, all’interno di Palazzo
Vecchio a Firenze, non ottenne il permesso. Ma,
grazie ai potenti mezzi economici messi a
disposizione della pellicola, si ricostruì
fedelmente, perfino nei minimi dettagli, la sala
de dugento con sculture, affreschi ecc. nei
capannoni dell’ex-stabilimento Longinotti a Sesto
Fiorentino. Una volta ultimate le riprese, le
officine sono diventate meta turistica delle
scolaresche. Abbiamo visto che negli USA le
politiche culturali e museali sono leggermente
diverse da quelle nostre, cambia l’approccio, ogni
cosa ha un costo e naturalmente, secondo la politica
di mercato, tutto si paga. Per visitare il MoMA (Museum
of Modern Art di New York) l’amministrazione ha
imposto l’astronomico prezzo d’ingresso di 20
dollari a persona; in Italia il prezzo del biglietto
si contiene, ma se usassimo il parametro americano,
avremmo i musei in difficoltà anche se, tuttavia, il
pubblico, (o se si preferisce dire il fruitore) non
manca e la presenza turistica straniera, che è
determinante, fa la parte più importante. Il turista
frequenta lo stesso, perchè trae e riceve esperienza
estetica, godimento intellettuale, creativa
curiosità oppure visita per semplice svago e piacere
personale (vedi la mostra: “Caravaggio. L’immagine
del Divino”, allestita presso il Museo Pepoli di
Trapani che è stata visitata in pochi mesi da oltre
75.000 persone). In Italia esiste un patrimonio
culturale enorme, per cui abbiamo i grandi musei
presenti nelle città d’arte e un numero
incalcolabile di piccolissimi musei decentrati sul
territorio, che conservano e trasmettono la memoria
di qualcosa o di qualcuno. Come l’importante museo
dell’emigrazione di Salina, che ha sollecitato
l’immaginario del regista Emanuele Crialese e,
proprio dopo aver visitato il museo, si è accesa
quella famosa lampadina della creatività da cui è
nata l’idea del film Nuovomondo.
E che dire del museo
archeologico di Gela, uno dei musei più importanti
che abbiamo nell’isola, ma che passa in secondo
piano perché emergono altre priorità. Proprio da
Gela parte il viaggio del regista
Daniele Vicari che pone l’accento sul sogno
industriale della città siciliana, prima terra di
pecore, poi polo petrolchimico e oggi abbandonata a
se stessa e alle sue illusioni. Dove la realtà
quotidiana si scontra con la malavita organizzata e
il degrado entra nel tessuto cittadino e si estende
a macchia d’olio.
Anche la
letteratura nel secondo dopoguerra, attraverso vari
scrittori, si inserisce nel dibattito
politico-culturale nazionale e Angelo Petyx si
allinea alla corrente del realismo che affonda le
sue radici nel verismo verghiano. L’autore (nato in
provincia di Caltanissetta) usa una prosa semplice e
disarmante che non trova precedenti nella nostra
letteratura. La miniera occupata è un piccolo
capolavoro che mi piace ricordare per il solo gusto
di riportare alla memoria una figura quasi
dimenticata e che fotografò la società mineraria
siciliana della fine degli anni quaranta. Anche il
mondo dell’arte scende in campo con Giulio Turcato
che tra gli anni ‘40/’50 aderisce alla corrente
artistica Forma 1 e, secondo lo spirito e lo stile
del periodo, dipinge alcune opere dedicate alle
miniere.
Proprio in quegli anni
(1946-47), in Sicilia, si fa strada un’interessante
esperienza cinematografica che prende il nome di
Panaria Film. L’iniziativa parte dal Principe
Francesco Alliata, dall’aristocratico Pietro Moncada
e da altri due nobili siciliani i quali, avendo
comuni interessi, si misero assieme per produrre
film e documentari sul mondo subacqueo e sulle
miniere di zolfo. La Panaria Film fu un
esperimento di “casa di produzione siciliana”,
attraverso la quale si produssero film come
Vulcano, interpretato da Anna Magnani e che
costò all’epoca, ai quattro amici, 220 milioni di
lire. Nel 1949 Rossellini (che era legato
sentimentalmente alla Magnani) lasciò l’attrice
italiana per la star hollywoodiana Ingrid Bergman,
che fu la protagonista principale del suo film
Stromboli. In quel periodo la Sicilia divenne il
set più importante della cinematografia italiana,
ma, dopo diversi anni Panaria Film, non so
perché, smise di esistere (forse esaurì gli
intenti), mi pare, intorno al 1956.
Oggi non mancano
tentativi di ricreare in Sicilia, soprattutto nella
provincia palermitana e non solo, un polo
cinematografico-televisivo. Agrodolce sarebbe
la fiction ideata da Giovanni Minoli e non saprei
dire se sua moglie, Matilde Bernabei (vice
presidente della Lux Vide SpA) sia coinvolta nel
progetto. Fra le tante produzioni di fiction in
Sicilia, merita una menzione speciale il
Commissario Montalbano (scritto da Andrea
Cammilleri) per le bellissime locations,
interne-esterne, utilizzate dallo scenografo Luciano
Ricceri e diventate in poco tempo mete apprezzate
dai cineturisti. Si parla tanto di soluzioni
creative, di poeti dell’immagine e mestieranti, arte
e artigianato, impegno sociale nel campo della
cinematografia, ed ecco che la cooperativa di
produzione indipendente Arbash Film con il regista
Pasquale Scimeca mette in cantiere diverse
pellicole, più o meno conosciute (forse alla maniera
del produttore e regista Roger Corman, famoso perché
realizza film con pochi soldi, girati in due o tre
settimane).
Nel 2006 è la volta di
Rossomalpelo. Il film, confezionato da
Scimeca, è stato girato tra le grotte, il castello
di Sperlinga e il bacino minerario, ormai in disuso,
di Floristella-Grottacalda. E’ una produzione che
mette in luce e si lega con un filo all’emergenza
mondiale e al fenomeno dello sfruttamento minorile.
Da molti, questo film viene visto come una finestra
dalla quale ci si può affacciare e vedere casa
nostra, ma anche e soprattutto porre lo sguardo su
alcune zone povere della terra piene di
contraddizioni, ipocrisie, profitto, e lo
sfruttamento, appunto, di milioni di bambini
indifesi, ignoranti, poveri, invisibili e anonimi è
la prassi. Si tratta di un esercito di ragazzi sotto
i 15 anni che in Italia come nel mondo, vengono
abbandonati, schiavizzati, ricattati, spremuti,
usati, maltrattati, mutilati, violentati, uccisi.
Ecco perché ci è
piaciuto puntare su qualcosa che giunge a far
rivivere la memoria di Rossomalpelo e il
film, devo dire, ce ne ha dato l’opportunità (
grazie a questa pellicola siamo riusciti a
recuperare e mettere insieme opere d’arte, poesie,
canzoni, video, costumi di scena del film, foto di
scena, attrezzi usati nelle riprese) e senza di esso
probabilmente ci saremmo occupati d’altro.
GUERRA
DI PAROLE
Diversamente poveri
di Gianfranco
Angelucci
Povertà!?
Sfruttamento del lavoro minorile? Ma di cosa stiamo
parlando. Non esistono più i poveri, non ve ne siete
ancora accorti? Dove non è riuscito Gesù con la sua
predicazione d’amore – “Ciò che darete al povero lo
darete a me”- ha trovato istantaneo rimedio grazie
alla mentalità illuminata del nuovo millennio. E’
bastato un decreto ben mirato a riformare il
vocabolario in ossequio alla più moderna visione del
“politicamente corretto” e l’annoso, secolare
problema è stato risolto alla radice. Proibito a
tutti chiamare povero un povero, su questo mondo nel
peggiore dei casi ci saranno degli ‘incapienti’.
Come già faceva il
Grande Fratello in 1984 di George Orwell
aggiornando infaticabilmente con eserciti di
impiegati i libri di storia, dovremo riscrivere
tutti i testi in circolazione, i manuali scolastici,
gli articoli dei giornali. Cancellare pagina dopo
pagina dalla carta stampata ogni traccia o sospetto
di discriminazione verbale non gradito al nuovo
potere. Evitando innanzitutto di urtare la nostra
squisita sensibilità progressista: basta con i
poveri, è una vergogna! “Incapienti” suona meno
traumatico. E non importa che un vocabolo così
singolare, cacofonico, oggettivamente poco usato
nella nostra lingua non venga compreso soprattutto
dai diretti interessati; cioè da coloro che essendo
incapienti sono in genere anche ignoranti. Il
beneficio che ne trarranno è indiscutibile. Da oggi
godranno di tutt’altra dignità. Pensate
l’umiliazione di recarsi alla ‘mensa dei poveri’; e
che soddisfazione invece mettersi in fila alla
‘mensa degli incapienti’, sembrerà di avere accesso
a un circolo filosofico, a un esclusivo club
inglese. E anche quei pietosi cartelli appesi al
collo dei mendicanti, ci appariranno finalmente in
un diverso decoro: “Fate la carità a un incapiente”.
Come non averci pensato prima! Mai sottovalutare la
genialità degli innovatori, è stata sufficiente la
sostituzione di un termine per bandire dalle nostre
vite l’ignobile ingiustizia: il mondo diviso in
ricchi e poveri, ma che senso potrà mai avere nel
terzo millennio! Adesso si torna a respirare. E non
lo dico per noi privilegiati che ancora bene o male
ce la caviamo, ma per quei derelitti maltrattati
prima dal destino e poi anche dalle parole. Ci
voleva tanto a capirlo? Se Dio vuole la nuova
definizione rimette radicalmente le cose a posto.
Giustizia è fatta. Saranno contenti i meniños de
rua, i mocciosi criminali senza casa e senza
famiglia che vivono sulle strade di Rio de Janeiro e
ogni tanto vengono sterminati a mitraglia dai
vigilantes notturni della città. Come si mormora che
accada a Roma con i gatti di Largo Argentina a
Ferragosto, quando la città è deserta: una bella
incursione di lanciafiamme, e se ne riparla il
prossimo anno. Saranno contente anche tutte quelle
povere creature costrette a cedere organi a chi può
comprarsi la salute con poca spesa, squartati negli
ambulatori per i pezzi di ricambio e poi buttati via
come carcasse svuotate. Felicissimi poi i piccoli
neri dell’Africa, che già a sei, sette anni, vengono
messi a disposizione dei pedofili di tutto il mondo,
specie del Nord Europa, e a 10 anni crepano di AIDS.
In una sorte comune ai loro coetanei in Thailandia,
in Vietnam, a Singapore, e in ogni latitudine
afflitta dalla prostituzione minorile e schiavitù
sessuale. Saranno contenti quei bambini uccisi negli
snuff movies, utilizzati come eccitante
materiale di pornografia estrema in filmetti ben
confezionati per chi gode a veder straziati gli
innocenti. Saranno contenti i figli dei Rom, che
vengono messi a mendicare da quando si reggono da
soli sulle gambe e se non riportano a casa la somma
stabilita da genitori e parenti, vengono mutilati,
sciancati, accecati per suscitare maggior
compassione nell’anima di tante persone civili a cui
fa orrore pronunciare il termine povertà e
preferiscono modificarlo in incapienza; meno sensi
di colpa e fastidiosi disturbi per la tranquillità
della coscienza. Potranno essere contenti persino i
piccoli figli di Allah che in cambio di una manciata
di denaro elargita ai loro genitori, vengono mandati
a farsi esplodere fra le popolazioni ‘nemiche’
drogati fino alla demenza e con una cintura di
esplosivo attorno alla vita. A maggior gloria
dell’Islam. Il loro triste sacrificio non sarà più
imputabile alla povertà, l’amor proprio è salvo.
Saranno quindi certamente sollevate quelle falangi
di bambini utilizzati per annodare tappeti
orientali, soprattutto in Iran, scelti fra i più
gracili e minuti perché ci vogliono dita
sottilissime a compiere quel lavoro da segregati, e
non importa se in pochi anni diventano ciechi. O
muoiono. Come i ‘carusi’ siciliani che venivano
mandati a lavorare nelle miniere di zolfo (oggi non
più?) dalle famiglie indigenti – pardon, incapienti
- per un boccone di pane, e se non finivano
stritolati dal crollo delle gallerie, ci pensava la
polvere a corrodere i loro polmoni, o la tisi.
Finché non si accasciavano al suolo come cenci
lerci, al pari dei somari che non vedevano mai la
luce del giorno. E sotto un altro. Li racconta
Pasquale Scimeca in “Rosso Malpelo” il film tratto
dalla celebre novella di Giovanni Verga e ambientato
a Floristella, nell’Ottocento. Ma allora i poveri
esistevano, non era ancora avvenuta la
provvidenziale riforma del dizionario.
Oggi nessuno deve più
temere l’onta di quella sprezzante parola. Non
debbono preoccuparsi i ‘femminielli’ di Napoli,
maschietti vestiti da bambine fin dalla tenera età
per soddisfare i capricci dei viziosi. Oppure gli
scugnizzi addestrati al furto e allo scippo da
quando sono ‘piccirilli’, e che da mattina a sera
saettano in motorino per la città come corrieri
della droga non punibili dalla legge. I ‘muschilli’
li chiamano, i moscerini, perché si muovono a
frotte, in sciami. Li ho conosciuti di persona
girando un servizio su di loro per una trasmissione
di Sergio Zavoli intitolata “Viaggio intorno ai
giovani”. Con la troupe siamo saliti ai ‘quartieri’
lungo quei vicoli scoscesi che da Forcella si
inerpicano verso la sommità della collina. Siamo
entrati nell’antro di una grassa ricettatrice che
dietro le pareti fatiscenti di un edificio da
suburra occupava un appartamento arredato molto
vistosamente, in stile sceneggiata alla Mario Merola,
con divani chippendale di velluto e damaschi,
foderati di cellophan, specchiere a parete, sale da
pranzo complete di buffet e controbuffet. In una
stanzetta senza finestre era attrezzato lo studiolo,
un bilancino da orafo e un quaderno su cui venivano
annotati gli oggetti di valore che affluivano. Era
lei che organizzava il movimento di quella legione
di muschilli. Ogni volta che arrivavano con un
bracciale, un orologio, una catenina, l’orchessa
pesava, registrava e dava ‘le cinquemila lire’. Gli
scugnizzi intascavano in fretta, scendevano a
precipizio le scale, inforcavano di nuovo il Vespino
50 e si dileguavano nel dedalo dei vicoli
lanciandosi verso l’avventura successiva. Erano
tutti esaltati per Agostino ‘o pazzo che a quel
tempo faceva dannare i poliziotti guidando per le
strade anguste e tortuose dei quartieri come fosse
su una pista, imprendibile. Meglio di Valentino
Rossi, tanto che una casa motociclistica provò
davvero a sperimentarlo in circuito. Per quei
bambini lo scippo era l’apprendistato, l’allenamento
ai nervi saldi. Lo stadio successivo era la rapina,
il passaporto per l’entrata fra i camorristi. E
allora il muschillo insieme ai gradi otteneva
l’oggetto più ambito, la pistola. Uno di essi
accettò di parlare nella semioscurità di una
cantina, ripreso di schiena e con la voce alterata
da un filtro acustico. Apparve in trasmissione a
raccontare la sua storia e affrontò l’intera
intervista, rispose alle mie domande, senza mai
lasciare l’arma, un’automatica sproporzionata alla
sua statura, più grande di lui. Che tuttavia aveva
già usato e avrebbe continuato ad usare. Quel
raccapricciante strumento di morte costituiva per
lui un sogno raggiunto, una ragione di orgoglio e un
simbolo di potere. L’intervistato aveva dodici anni,
avviato su una strada, probabilmente senza ritorno,
non dalla povertà, dalla miseria, ma da un’asettica
incapienza. E i sociologi che hanno coniato questo
termine impronunciabile chissà come ne andranno
fieri, come si sentiranno intelligenti.
Aveva ragione Einstein,
a due cose non c’è limite, l’universo e la stupidità
umana.
Mi chiedo come
reagirebbe Oliver Twist, tenero pezzente dei
bassifondi di Londra, a sapere di non essere più
povero. Con quale disprezzo guarderebbe Charles
Dickens, il suo creatore, che ora rischia seriamente
di essere messo all’indice per crudeltà mentale. E
come se la caverà il Monello di Charlie Chaplin
insieme a tutti quei piccoli clochard con le maglie
strappate e la coppola di traverso, che Charlot
mette in scena nei suoi film capolavoro, smunti,
affamati, intirizziti di freddo nelle stamberghe di
miserabili periferie americane. Saprebbero ancora
aguzzare l’ingegno per sopravvivere, esiliati ad un
tratto dalla loro protettiva cornice di povertà?
Sotto il nome di incapienti c’è da credere che
perderebbero ogni fascino e poesia, ridotti a grigi
burocrati del crimine minorile. Pensate a quegli
imberbi omertosi di Little Italy raccontati da
Francis F. Coppola nel Padrino; o ai
delinquentelli della mafia ebraica che Sergio Leone
ha rappresentato da par suo in C’era una volta in
America; passerebbero completamente inosservati,
inutili campioni di un degrado senza nobiltà. E il
misero De Amicis! Non voglio pensarci. Mi dite voi
cosa ne faremo di uno scrittore che ha indotto alle
lacrime intere generazioni di italiani con i
personaggi poverissimi del libro Cuore, e gli
strazianti racconti mensili dove i bambini poveri
sono anche eroi senza macchia? Il Piccolo
scrivano fiorentino, La Piccola vedetta
lombarda come riuscirebbero, da incapienti, a
commuoverci con la loro irraggiungibile statura
morale?
Ma io dico, vogliamo
metterci a riscrivere il Vangelo? A ridare i titoli
agli apologhi del Vecchio Testamento? Come ci
riferiremo alla parabola del Ricco Epulone
contrapposto al Povero Lazzaro? “C'era un uomo
ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i
giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di
nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di
piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva
dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a
leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu
portato dagli angeli nel seno di Abramo.” Inutile
continuare, è una perdita di tempo.
E non potremo più
bearci a Il ricco e il povero, la fiaba dei
fratelli Grimm; meno che mai a “Povero ricco"
la serie televisiva in 34 episodi tratta dal romanzo
dell'americano Irwin Shaw. Ci sarà proibito
commuoverci a calde lacrime con i film di Frank
Capra? Diffidati di rivedere a Natale “La vita è
meravigliosa” con James Stewart ridotto in
compassionevole povertà che viene salvato dal
suicidio nelle acque gelide del fiume da Clarence,
Angelo di seconda classe. E “L’albergo dei poveri”
di Massimo Gorkij dovremo per forza chiamarlo col
suo secondo nome “I Bassifondi”? E il romanzo di
Tahar Ben Jelloun che porta il medesimo titolo
“L'albergo dei poveri” – ma è un’ossessione, una
perversione! - ambientato in un ospizio di Napoli,
verrà per questo bandito?
Poveri di tutto il
mondo, indigenti, mendicanti, rassegnatevi, non
esistete più. Inutile che prendiate freddo ai
semafori tentando di pulire i parabrezza delle auto,
o che vi mettiate fuori di una chiesa a capo chino a
bisbigliare la vostra disgrazia. Nessuno più vi
aiuterà, non siete poveri, è stato un abbaglio, un
quiproquo, vi siete illusi di esserlo. Invece siete
solo degli incapienti. Affrancati per un salto di
civiltà fuori della vostra infelice condizione.
Siete sfuggiti per lungimiranza politica alla morsa
umiliante della povertà. Ora sarà vostro preciso
dovere organizzarvi, acquisire questo nuovo modo di
vedere, ricondizionarvi mentalmente. Magari
prendendo lezioni accelerate da chi ne sa più di
voi, tutti i disabili, minorati e menomati che con
un simile accorgimento linguistico hanno mutato dal
giorno alla notte la qualità della loro vita;
transitati prima per un ancora ambiguo e
penalizzante “portatori di handicap”, infine
approdati trionfalmente a una definizione senza più
ombre: diversamente abili.
E buona fortuna a
tutti!
ROSSOMALPELO
di
Giuseppe Pansini
La mia vita è la scala
dell’assurdo. Sono stato concepito sulla curva rosa
e grigia del mare. Sono nato quel giorno. Ho vissuto
un tempo aggrappato alla terra. Ah, che illusione!
Pensavo fosse Amore! Chiedevo affetto e tenerezza.
Pensavo d’essere in una grotta di piacere e di
delizie, ma no! Ben presto ho saputo d’essere io la
miniera, d’essere io la caverna in cui i mostri
danzano e sputano la polvere sulfurea e nera del
dolore. Ogni giorno gli orchi, ciechi, mi chiedono
di più, più di quanto io debba o possa fare. Salgo
uno scalino e precipito più in basso, negli abissi
purpurei e acidi del cuore. La mia anima, randagia,
è d’onice gialla. La mia…è la vita assurda! E,
poi!!!? Volete sapere ancora dove sono?
Io sono dove ogni
sentiero finisce, lì dove sono due alberi, una casa
ed un monte fumante. Sono dove la luna è accesa e
s’ode il cammino di chi percorre la via. Non so chi
sia mio padre. Mia madre ha gli occhi incavati, i
capelli sciolti, incolti e ruvidi. Ha il volto e la
pelle scura, il seno sgonfio ed il ventre piatto.
Trascorre la maggior parte del tempo, muta, seduta
su un sasso a due passi da casa. Di tanto in tanto
la sento urlare il nome del suo uccello senza nido…Codazinzola,
Codazinzola, vieni qua, vieni qua!…Codazinzola è
il suo unico amico.
Mia madre crede
d’essere la figlia della Notte e la custode delle
Stelle. Una sera mi disse…Figlio mio, le tue
saranno nozze d’oro e, quel giorno, ti regalerò il
mio scrigno di gemme preziose…Non ho mai creduto
alle sue sentenze! Mi hanno spiegato che la follia è
un orcio vuoto e forato. Lei, perciò, non formula
pensieri. Le sue parole sono gli spifferi del vento
che attraversano i buchi della mente. Stasera, ad
esempio, dopo aver guardato alcune scene in tv, non
fa che ripetere…Ho sempre confidato nella bontà
degli sconosciuti…Ho sempre confidato nella bontà
degli sconosciuti…Ho sempre confidato nella bontà
degli sconosciuti…Mio dio!…e non abbiamo di che
vivere!
La lupa, nel suo
giaciglio in giardino, ha partorito una cucciola. Il
fatto è vero, anche Antonio, un mio amico, lo sa e
lo racconta in giro. Mia madre, forse, ha ragione…ho
sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…ho
sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…ho
sempre confidato nella bontà degli
sconosciuti…Stamani prendo la cagnetta e la porto al
parco.
Per strada, incontro
un signore distinto, ben vestito, con giacca e
cravatta nera, la camicia bianca e le scarpe,
anch’esse bianche e a puntini neri. Bianco è anche
il cappello a tese larghe e con una fascia nera.
Fuma un sigaro dall’odore acre, dev’essere un
vecchio toscano. Ha lo sguardo fisso su un manifesto
mortuario dove è scritto…GINO DE DOMINICIS…Cerco una
maniera per attaccare bottone, e così…Dottore,
quello lì è morto!…No, no, non è morto, sta
provando a morire. Dottore, ne sono sicuro, è
defunto, ne hanno parlato anche i giornali…Certo,
non sono stato al suo funerale, ma è morto…Dottore,
comprate la mia cagnetta!…Lui è vivo, è partito
per un lungo viaggio, è andato a cercare una sua
cara amica…e, sbirciando la mia cagnetta,
aggiunge…No, non so che farmene della tua
cagnetta rossomalpelo…Dottore, sono sicuro che
le darà tante soddisfazioni, accetti la mia
cagnetta!…e poi io una volta ho anche lavorato per
lui. Qualche tempo fa mi fece sedere su una
sedia…ricordo ancora il profumo del mare…e molta
gente ignota veniva a guardarmi…non so perché, ma so
che quel giorno ebbi un buon pasto. Le assicuro che
ormai anche lui è tra coloro che non tornano più…La
sua amica ha scoperto e possiede la medicina
dell’immortalità. Lui la berrà e, perciò, non morirà
mai…Dottore, le confesso: ho visto il suo
scheletro calzare i pattini a rotelle e correre
verso la tomba…La mia cagnetta è bella, qualunque
cifra mi darà, sarà sempre un affare…Ragazzo, tu
giochi a tirare sassi nello stagno e riesci a
cavarne che cerchi. Lui era capace d’ottenere
quadrati. Uno come lui, che ha imparato a volare,
non può morire!…Caccia dalla tasca posteriore
dei suoi pantaloni il portafogli e mi passa un
biglietto da cento…Grazie Dottò…la cagnetta è
vostra…No, no grazie, tieni i soldi e pure la
cagnetta, non so che farmene…E no Dottore,
scusate. Non è possibile! Mi spieghi, perché io,
adesso, con i MIEI soldi dovrei dar da mangiare alla
SUA cagnetta?…
Torno a casa…Mamma,
oggi ho trovato la bontà d’uno sconosciuto! |