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COLLEZIONE ARTISTI UNITI 

PER ROSSO MALPELO 

dedicata a Rosso Malpelo e ai tanti bambini sfruttati nel mondo del lavoro


La Collezione d’Arte Artisti Uniti per Rosso Malpelo nata nel settembre 2006 e che comprende oggi più di 400 opere, risposta di molti artisti italiani e stranieri di fama internazionale. Tra questi:

Vincenzo Accame, Carla Accardi, Ennio Alfani, Filippo Altomare, Pippo Altomare, Andrea Aquilanti, Costantino Baldino, Bernd Baldus, Vincenzo Balsamo, Igor Banfi, Luisa Bergamini, Donatella Berra, Dare Birsa, Nadia Blarasin, Jaebong Byun, Nicola Carrino, Andrea Cioni, Pietro Consagra, Ettore Consolazione, Mario Coppola, Michele CossyroCaterina Davinio, Franco de Courten, Giorgio De Cesario, Enzo De Curtis, Gino De DominicisMichele De Luca, Crescenzo Del Vecchio Berlingieri, Fausto Delle Chiaie, Marco Delogu,  Salvatore DominelliSalvatore EmblemaNatale Fiorenza, Dan Flavin, Giordano Floreancig,  Piero Gilardi, Franco Giuli, Giorgio Griffa, Lorenzo Guerrini, Renato GuttusoFrancesco Impellizzeri, Anna Keen, Brigitta Kemi, Evrim Kilic, Dušan Kirbiš, Tuomo Klemi, Massimiliano Kornmüller, Joseph Kosuth, Amedeo Lanci, Gianleonardo Latini, Ettore Le Donne, Vincenzo Ludovici, Enrico Luzzi, Ruggero Maggi, Renato Mambor, Elio Marchegiani, Giulio Marchetti, Evstati Marinov, Gino MarottaLuigi Montanarini, Dennis Oppenheim, Achille Pace, Salvatore Pepe, Pupillo, Giuseppe Riccetti, Enzo Salanitro, Antonio Sanfilippo, Enzo Santese, Antonio Scordia, Edith Schloss Nicola Spezzano, Serge Uberti, Giuseppe UnciniHideto Yada, Zhao Yuhong, Rolando Zucchini.


per vedere l'elenco degli artisti partecipanti clicca qui



ARTISTI UNITI PER ROSSO MALPELO


di Filippo Altomare
(Scenografo, artista visivo e curatore della collezione)

Lo sfruttamento minorile, le avverse condizioni di lavoro, il pregiudizio sono temi che hanno fortemente segnato nei decenni passati la Sicilia e che, ancora oggi, seppur in modo meno rilevante, continuano ad imporsi alla nostra attenzione.
Malupilu è un minatore, ma è, soprattutto, un fanciullo, sfruttato e discriminato persino per il colore dei suoi capelli. Creatura del genio verghiano, deve considerarsi tuttora, come allora, proiezione di quei minori, sfruttati in diversi paesi del mondo.

Nel progetto “Artisti Uniti per Rosso Malpelo”, diventato per mio desiderio un’esposizione di opere d’arte figurativa, la  letteratura, il cinema e le arti visive convivono in una sorta di cenotafio, che ho voluto erigere per il ragazzo-minatore Rosso Malpelo. Naturalmente, il monumento sepolcrale del soggetto in questione è privo dei resti mortali e, con esso, vorrei dare vita ad un’architettura idealizzata.

L’identikit iniziale ci viene fornito da Giovanni Verga (Catania 1840 -1922) autore, alla fine dell’800, della famosa novella Rosso Malpelo: “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo (…).

Massimo esponente del Verismo italiano – autore di grandi romanzi come I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo, e famose novelle quali Nedda, Jeli il pastore, La lupa, ecc. – descrive egregiamente la condizione di vita e il duro lavoro dei minatori ed in particolare del “caruso” Rosso Malpelo.

I “carusi” erano quei ragazzi costretti dalla precaria situazione economico-familiare  a lavorare, per pochi centesimi, quindici ore al giorno. Venduti dalle famiglie, vivevano, in condizione di semi-schiavitù e nei sotterranei, la loro fanciullezza. Il loro duro lavoro consisteva nel trasportare a spalla il minerale dalle viscere della terra in superficie. I più sfortunati facevano la fine di Rosso Malpelo,  che , come racconta il Verga, “ci morì come v’era morto il padre (…) Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassavano la voce quando parlavano di lui nel sotterraneo, che hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi”.

Anche il Premio Nobel per la Letteratura Luigi Pirandello (nato in una campagna nei pressi di Agrigento chiamata Caos nel 1867 e morto a Roma nel 1936) ha creato un personaggio, la cui vita si è svolta essenzialmente nel sotterraneo della zolfara, e protagonista della novella Ciàula scopre la luna.  In un finale che può definirsi veramente toccante, il protagonista scopre, con grande meraviglia, l’esistenza di una realtà la cui bellezza a lui è sconosciuta: “(…) Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno,  a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!”.

Ho voluto coinvolgere in questa disamina anche l’ormai famoso, Aurelio Grimaldi (Modica1957). Egli, attraverso una pellicola girata nel 1992, fornisce un  contributo apprezzabile al filone qui investigato. Diversi sono i romanzi che scrive, ma, di essi, risulta particolarmente determinante per la svolta a cui dà luogo Mery per sempre, romanzo dal quale, nel 1988, il regista cinematografico Marco Risi ha tratto un magnifico e indimenticabile  film. Dopo il successo del film, interpretato da attori quali Michele Placido,  per Grimaldi è iniziato un momento magico che lo ha visto e lo vede tuttora sceneggiatore e regista di successo di parecchie produzioni cinematografiche. Voglio ricordarvi, visto che il tema trattato risulta vicino a quanto a me sta a cuore, La discesa di Aclà a Floristella (1992), pellicola  presentata al Festival del Cinema di Venezia.

Questo film è ambientato negli anni trenta e il paese vicino alla miniera, luogo in cui la famiglia del protagonista vive miseramente, si trova naturalmente in una zona interna della Sicilia. Molte e, soprattutto, costose sono state le scene allestite sul set, ma vi si è badato poco: ciò che contava veramente era il risultato. Protagonisti della storia due poveri genitori, che, per poter sfamare gli altri membri della famiglia, sono costretti a “vendere” come “caruso” e per otto lunghi anni, il piccolo Aclà, che di anni ne ha solo undici. Come Malupilu, anche il suo, di lavoro, consiste nel trasportare a spalla il minerale. Egli vive, dunque, le innumerevoli complicanze che la vita, che lui non ha scelto, gli prospetta; ha un sogno, lui: scappare in Australia; impossibile, però, tradurlo in realtà.

Un altro professionista fondamentale per il piano di lavoro che voglio portare avanti è Pasquale Scimeca (Aliminusa 1956), regista e sceneggiatore di produzioni cinematografiche note a tutti, quali: Placido Rizzotto (2000) e La Passione di Giosuè l’Ebreo (2005). Fra le tante realtà paesane della Sicilia, questi sceglie Sperlinga come set della sua pellicola targata 2006 e il Parco Minerario Floristella-Grottacalda, situato nel triangolo Enna - Piazza Armerina - Valguarnera. Sperlinga corrisponde magnificamente alle esigenze del regista. E quest’ultimo, assieme alla sua troupe, ambienta il film in un contesto scenografico comprendente un singolare paesaggio, un borgo rupestre costituito da numerose grotte scavate dall’uomo molti secoli fa e il Castello che si erge superbo e maestoso sull’abitato in parte scavato e in parte costruito. Sfrutta, in tal modo, una scenografia naturale, sia per gli interni che per gli esterni, senza dover ricostruire; interviene solo con  piccole modifiche, dovute alle esigenze della fotografia.

Il suggestivo territorio sperlinghese e la particolare parlata galloitalica, qualche decennio fa, hanno destato vivo interesse  anche nel regista Peppuccio Tornatore, che agli esordi della sua carriera cinematografica, ha voluto includere Sperlinga in un documentario Minoranze etniche in Sicilia.

Ma questa è un’altra storia.

Il titolo del film diretto da Scimeca è Minatori. Rosso Malpelo. La storia alla quale egli si è ispirato è, ormai, nota; ambientata, tuttavia, negli anni Sessanta è la sceneggiatura, che firma assieme a Nennella Bonaiuto, proprio in quei favolosi anni Sessanta, durante i quali il boom economico, già iniziato altrove, tardava a giungere in Sicilia, dove non mancavano situazioni di povertà, di disoccupazione, di sfruttamento, dove l’avvenire si prospettava incerto e la paga, per coloro che riuscivano a trovare lavoro, un duro lavoro, non bastava neanche a “sbarcare il lunario”.

Credo si sappia che gli Anni Sessanta abbiano rappresentato, per molte famiglie del sud, un decennio di necessaria e, dunque, drammatica emigrazione. Secondo studi demografici, intorno agli anni cinquanta, i residenti a Enna e provincia erano 250.000; pochi decenni più tardi 186.000: oltre 60.000 persone avevano duramente scelto di “provare” ad iniziare una vita nuova, o, quanto meno, più dignitosa, altrove. I nostri nonni, i nostri genitori, i nostri parenti attratti dal “miracolo economico”, avevano deciso di abbandonare in massa la loro  terra per mete sicuramente migliori e più generose. Il Nord, “il Continente”, come comunemente lo si chiamava allora, ma anche le nazioni estere erano più ricche ed evolute e, soprattutto, offrivano maggiori e migliori “garanzie” lavorative presso le industrie. Anzi, erano proprio queste ultime ad avere bisogno di manodopera e, insieme all’edilizia in espansione, esse costituivano il miraggio, per molti divenuto fortunatamente realtà, di una vita migliore per i propri figli, anche a costo di dovere accettare e superare le difficoltà provenienti da un’integrazione sofferta per le diverse identità, abitudini e cultura.

Qui, da noi, nel cuore della Sicilia, molte furono le miniere costrette a chiudere, poiché, essendo arretrata la tecnologia estrattiva, insostenibili divenivano i costi di produzione. Voglio ricordarvi Floristella-Grottacalda, Zimbalio, Giangagliano, Bambinello, ecc. Le strutture erano fatiscenti e  il prodotto che si estraeva poco competitivo; ma, nel Nord dell’Italia, così come in Belgio, Francia, Germania o Olanda il progresso faceva sì che questi problemi non esistessero.

Se potessi plaudire al film di Scimeca lo farei senz’altro, poiché il profilo che ne viene fuori risulta essere molto vicino al periodo d’oro del cinema d’autore italiano, francese e russo, al quale sono particolarmente interessato. Volendo fare un esempio, credo sia sufficiente osservare una sequenza nella quale l’unica nota colorata per i nostri eroi (Rosso Malpelo e il suo amico Ranocchio, vittima anch’egli di un indifeso meccanismo di passivizzazione secondo un destino già segnato) sembra sia la scena della festa con il fantastico carosello e  le giostre piene di luci colorate; in essa il regista ci mostra, ricostruendolo in ogni suo dettaglio e, potrei quasi dire, fotografandolo come preso dalla realtà d’un tempo, uno spaccato di quel tipo di vita, e tutto quanto accade si rivela ricco di sentimento, ed emozione. La lingua usata all’interno del film è il siciliano, che risente, però, di più parlate locali; ciò, affinché esso possa risultare comprensibile ad un pubblico vasto il più possibile. Stessa scelta che si è fatta nel film La Terra Trema di Luchino Visconti, dove il siciliano viene classificato come  la lingua dei poveri.

Scimeca, con questa produzione cinematografica, volendo cogliere una sottigliezza, ha voluto sottolineare un’emergenza reale verso la quale non possiamo chiudere gli occhi. Si tratta dei tantissimi bambini/ragazzi avviati ingiustamente al mondo del lavoro, milioni di minori, spesso orfani, ma, soprattutto, poveri che nel Terzo Mondo vengono regolarmente impiegati in ambiti lavorativi spesso duri o “utilizzati” come soldati. In Italia, non mancano situazioni di degrado e sfruttamento. Sono, infatti, migliaia i bambini e le bambine provenienti dall’Est europeo mandati lungo le strade a chiedere l’elemosina oppure costretti a fare piccoli furti presso le città metropolitane.

Tralasciando lo sfruttamento per fini sessuali, l’Unicef stima che, in Bangladesch, lavorino circa 3.300.000 bambini, ovvero un quinto dell’intera manodopera. E tutto ciò malgrado gli sforzi fatti negli Anni Novanta per ridurre l’impiego dei fanciulli nel settore tessile.

Molti, tra questi ultimi, sono costretti a svolgere anche lavori pericolosi in stabilimenti dove si fabbricano vernici o costruzioni meccaniche, oppure in concerie dove vengono usati componenti chimici pericolosi e altamente tossici. In media un lavoratore  bambino guadagna 60 taka (meno di un dollaro USA) al giorno, circa un terzo di quanto guadagni un adulto. I proprietari delle fabbriche preferiscono assumere bambini per non dover rendere conto ai sindacati. Ai bambini che cominciano a lavorare presto, vengono meno l’opportunità di studiare e la possibilità di trovare lavori migliori in futuro.

Io, insieme ai miei colleghi dell’Associazione Culturale Altom@rte, ho voluto avviare questo progetto espositivo, d’arte figurativa,  con l’intendimento di trovare, in qualche modo, una linea di continuità con  il film di Pasquale Scimeca,  al quale, insieme a loro, mi sono ispirato e il quale è stato per la stessa Associazione, fonte di molte idee.

In Sicilia esistono già diversi musei sulle miniere (Parco Minerario Floristella-Grottacalda, Treno Museo di Villarosa, Paese Museo di Villapriolo, ecc.) e  l’intenzione dell’Associazione non è quella di doppiare l’esistente, ma quella, invece, di voler avviare una “collezione d’arte”, unica nel suo genere, poiché coniuga il binomio arte contemporanea su Rosso Malpelo – sfruttamento minorile nel mondo del lavoro. L’Associazione ha, tra le altre cose, avuto l’opportunità, di esporre i costumi, gli attrezzi, le foto di scena del film appena girato, prendendo in prestito l’idea dalla città di Brescello (Reggio Emilia), dove il tutto iniziò nel 1951, cioè con l’arrivo della troupe cinematografica che girò il primo film. Chi non ricorda Fernandel e Gino Cervi nelle vesti, rispettivamente, di Don Camillo e il Sindaco comunista Peppone? I due attori furono i protagonisti di ben sei film, tutti girati nella città emiliana, dove, all’interno di un ex-convento benedettino, è stato allestito da qualche anno un museo con numerosi cimeli e preziosi ricordi fotografici. 

Ma Brescello non è l’unico esempio al quale mi sono ispirato. Gli stabilimenti cinematografici di Papigno - Terni di proprietà di Cinecittà e della Melampo-Film sarebbero dovuti diventare dei musei contenenti le magnifiche scenografie e i bellissimi costumi de La Vita è Bella (film premiato con l’Oscar) e Pinocchio creati da Danilo Donati, famoso costumista e scenografo, di grandi registi come Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Liliana Cavani, ecc.).

Ma se vogliamo continuare con altri esempi, possiamo ricordare che sono sufficienti pochi euro per poter visitare lo splendido vascello costruito appositamente per le riprese cinematografiche del film Pirati di R. Polanski e attualmente ancorato nel porto vecchio di Genova.

E, ancora, provate ad immaginare che suggestivo museo potrebbe essere realizzato se fosse possibile mettere le mani su alcune delle tantissime ed inutilizzate scenografie del Teatro dell’Opera di Roma, che sostano ingiustamente negli enormi depositi della Tiburtina, o sulle sontuose scenografie e gli sfarzosi costumi realizzati per l’Aida di Franco Zefirelli?

io, insieme ai miei colleghi dell’Associazione Altom@rte, sono convinto che le opere d’arte debbano divenire memoria storica del bello e del brutto e produrre stimoli per la realizzazione di un mondo migliore. L’arte è qualità, ma è, soprattutto, identità di luoghi: ciò si sapeva già nell’Antico Egitto, in Grecia e a Roma, come pure durante il Rinascimento e il Barocco  ed i musei sono pieni di opere che lo dimostrano. Ci si dovrebbe, invece, impegnare a far sì che, dei valori di cui sono portatrici le opere d’arte, diventassero pienamente consapevoli i fautori delle politiche culturali ed economiche, come un tempo facevano i mecenati.

Certo, per i grandi programmi artistico-culturali occorrono sostanziosi investimenti … purtroppo mancano figure come il magnate americano Andrew Mellon, che contribuì alla costruzione della National Gallery di Washington donando la sua collezione, o come Rockefeller, finanziatore del Metropolitan Museum di New York, o come ancora Peter Ludwig, industriale del cioccolato, le cui collezioni costituiscono il nucleo principale del museo d’arte moderna e contemporanea di Colonia. Fortunatamente, però, l’italiano Giuseppe Panza di Biumo ha collezionato nel tempo opere d’arte americana contemporanea e ha trasformato la sua villa di Varese in una sorta di museo aperto al pubblico; in Francia Cartier ha una consistente collezione d’arte contemporanea e nella nuova sede di Parigi sviluppa un intenso programma espositivo; il francese Pinault ha voluto acquistare Palazzo Grassi a Venezia, di proprietà della FIAT, e, dopo accurati restauri, lo ha fatto diventare, nel 2006, il museo espositivo d’arte contemporanea più importante d’Italia. E che dire della Saatchi & Saatchi in Inghilterra! Potenza incontrastata nell’ambito dell’arte contemporanea in Inghilterra e manna dal cielo per il paese, poiché il suo scopo è quello di promuovere e valorizzare tutte le principali ricerche internazionali d’avanguardia, attraverso mostre, borse di studio, conferenze e pubblicazioni. Volendo, poi, fare un paragone col campo dell’industria cinematografica, in esso emergono figure come quelle di  Dino De Laurentis, Carlo Ponti, Mario Cecchi Gori, Franco Cristaldi e tanti altri, che possiamo definire figure determinanti per il pianeta cinema; le loro sensibilità, disponibilità economica e lungimiranza hanno fatto grande l’Italia cinematografica, la quale, grazie a loro, può vantare produzioni di grandissimo successo, ed ammirate oggi in tutto il mondo.

Il progetto “Artisti Uniti per Rosso Malpelo” è stato realizzato per essere dedicato ai tanti bambini la cui condizione di vita è quella che abbiamo ampiamente descritto sopra.  

Numerosi sono gli artisti che hanno aderito alla creazione della “Collezione Artisti Uniti per Rosso Malpelo”. Questa, pur nella diversità degli stili, documenta e rappresenta l’arte visiva a noi contemporanea e che possiamo ammirare nei circuiti espositivi, pubblici e privati, nazionali e internazionali. Gli artisti presenti nella Collezione hanno creato e donato le loro opere appositamente per il nostro progetto. Queste ultime vogliono essere non opere di apologia, ma opere che denunciano situazioni deplorevoli mediante una visione di sintesi senza troppi compiacimenti e, soprattutto, senza retorica. Gli artisti che hanno voluto prendere parte a questo progetto sono tutti professionisti dell’arte visiva; le loro creazioni sono presenti in collezioni pubbliche e private, in fiere d’arte,  in musei e gallerie italiane ed estere,  in edifici che svolgono funzioni pubbliche, ecc. . Si tratta di artisti che hanno esposto al Guggenheim Museum di New York, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, alle Biennali di Venezia, alle Quadriennali di Roma, al PAC di Milano e le cui opere si possono ammirare in due piazze distinte di Atene; negli Emirati Arabi;  nel The 5th Asian Sculpture Exhibition in Giappone; nel Parco della Scultura di San Paulo in Brasile;  negli spazi pubblici di Finlandia, Germania, Turchia, Spagna, Siria, Bulgaria, Danimarca, Corea del Sud, Ungheria;  in Italia presso la sede Rai di Viale Mazzini a Roma, nelle Capitanerie di Porto di Fiumicino-Roma, a Bari e Trieste; in chiese, conventi e ospedali di Roma e di altre città del Lazio, nelle  porte bronzee di una Banca in via del Corso a Roma, nella nuova caserma dei Vigili del Fuoco a Perugia, nel Centro per l’Arte Contemporanea di Umbertide, nel Museo d’Arte Contemporanea della Valcellina di Claut, nella Galleria Civica di Termoli, nella Collezione dell’Università di Siena, ecc. ecc. ecc. .

Io e i miei colleghi, insieme, naturalmente a tutti gli artisti (fotografi, incisori, pittori, poeti e scultori) presenti in mostra, vorremmo che, presso la nostra società i minori avessero il diritto di crescere, giocare, studiare, senza per questo dover pagare pegni durissimi e grande è la solidarietà che vogliamo, che con quanto abbiamo fatto, arrivi ai tanti Rosso Malpelo, Ciàula ed Aclà, protagonisti di novelle e di produzioni cinematografiche ed ai moltissimi bambini sfruttati, “protagonisti”,  anonimi e inconsapevoli, della realtà odierna.

A tutti loro si vuole, dunque, dedicare questa esperienza espositiva.

La Sicilia di oggi

di Filippo Buscemi (Sindaco del Comune di Nissoria)

La  terra di Sicilia, grondante ancora del sudore di giovani vite private del diritto alla serenità, alla felicità e al gioco, torna alla ribalta con la drammatica storia di Rosso Malpelo. E’ la Sicilia del duro lavoro nelle miniere, argomento ancora oggi dei racconti dei numerosi minatori in pensione presenti nella provincia di Enna. E’ la Sicilia del pregiudizio che diventa motivo di discriminazione e di condanna per chi nasce con i capelli rossi. E’ la Sicilia che non ascolta i bisogni dei bambini indifesi, costretti a vivere in ambienti malsani e sottoposti a sforzi disumani, non adatti alle loro gracili membra.

La Sicilia di oggi, per fortuna, si è lasciata alle spalle gran parte dei problemi legati allo sfruttamento minorile. Il miglioramento delle condizioni sociali, l’obbligo scolastico, il richiamo all’osservanza e al rispetto dei diritti dell’infanzia, hanno contribuito a favorire lo sviluppo naturale dell’essere umano, il sano passaggio dall’infanzia, all’adolescenza, alla maturità. E quei casi, che pur si leggono nella cronaca siciliana e italiana, di violenze sui minori e del loro sfruttamento negli ambienti malavitosi, suscitano la riprovazione della società intera.

Esempi di infanzia negata ci arrivano, però, da molte parti del mondo. Dai Paesi sottosviluppati, dove i bambini che non muoiono prima dei cinque anni devono affrontare molteplici difficoltà per sopravvivere, specialmente quando si ritrovano senza genitori; dove molti bambini non vengono registrati alla nascita e pertanto non hanno alcun diritto perché legalmente non esistono. Dalle periferie di grandi metropoli, dove molti ragazzi sono costretti a vivere per strada, a prostituirsi e a respirare vapori di  colla per appagare il bisogno di cibo non sempre disponibile. Dai Paesi in guerra, dove molti bambini vengono obbligati  a imbracciare un fucile, al posto dei giocattoli più consoni alla loro fascia d’età, per difendere delle cause spesso assurde.

Il sacrificio di un “caruso” della nostra terra come Rosso Malpelo diventa un monito affinché i bambini possano vivere spensieratamente la loro infanzia ovunque essi si trovino, sotto la guida di adulti che non devono perdere mai di vista gli articoli della Convenzione sui diritti dell’infanzia.

 A Nissoria per fortuna non abbiamo casi di sfruttamento minorile, ma nelle nostre città più grandi vediamo spesso bambini che chiedono l’elemosina nei pressi dei semafori  o lungo le strade,  nei cui occhi si nota l’espressione di profonda tristezza. Sono guidati, sorvegliati e sfruttati  da adulti senza scrupoli che li fanno dormire come bestie in casolari abbandonati per poi usarli per i loro sporchi guadagni.

L’Amministrazione Comunale di Nissoria ha voluto presentare il film di Pasquale Scimeca “Rosso Malpelo”e portare la testimonianza degli Artisti Uniti per Rosso Malpelo attraverso le loro opere d’arte, realizzate con tecniche varie, per fare conoscere a chi vive in un mondo migliore  che esistono posti dove i conflitti armati, l’AIDS, l’analfabetismo e lo sfruttamento minorile provocano ancora tanti gravi problemi. Problemi che bisogna conoscere e affrontare per migliorare la vita di tutti i bambini. 

Ricordiamo la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che all’art. 3 recita: “Tutti gli adulti devono fare ciò che è meglio per te. Quando gli adulti prendono delle decisioni, dovrebbero pensare a come queste decisioni influiscono sui bambini”.

Il Sindaco e gli Assessori Comunali di Nissoria ringraziano il regista Pasquale Scimeca, gli attori del film, l’Associazione Culturale Altom@rte e tutti gli Artisti Uniti per Rosso Malpelo per la singolare iniziativa espositiva contro lo sfruttamento dei minori.

Rosso Malpelo e i bambini sfruttati nel mondo del lavoro

di Pasquale Scimeca (Regista)

Secondo i dati forniti dall’ UNICEF  oggi nel mondo vi sono 218 milioni di bambini che lavorano.

 Con le loro piccole mani cuciono  le scarpe  con le quali camminiamo, i palloni con i quali giochiamo, fanno i tappeti che arredano i nostri salotti, lavorano nei campi e nelle fabbriche, raccolgono immondizie, chiedono l’elemosina, si prostituiscono.

Tutte forme di sfruttamento odioso, inumano, che non dovrebbero più esistere, ma che purtroppo alimentano una parte notevole del sistema economico mondiale.

Tra tutte le forme di  sfruttamento,  quello dei bambini che lavorano nelle miniere è senza dubbio il più odioso e intollerabile.

Perché in miniera i bambini sono costretti a lavorare al buio, dentro cunicoli che sprofondano nelle viscere della terra, senza aria né luce, in ambienti malsani, in promiscuità con uomini che a causa del caldo spesso lavorano nella più completa nudità.

Per i bambini  è naturale avere paura del buio, delle ombre, dei fantasmi, dei rumori improvvisi. Entrare in una miniera provoca un senso di spaesamento, di alienazione dalla realtà che sconvolge e atterrisce persino gli adulti, provate a pensare cosa può succedere  nella mente di un bimbo di nove anni che per guadagnare un dollaro o due  è costretto a passarvi l’intera giornata, le settimane, i mesi,  gli anni.

Ogni mattina,  ogni santa mattina, quando spunta il sole sul civile Occidente e le madri accompagnano i loro figli a scuola, nel resto del mondo una moltitudine di piccoli esseri scende nel profondo della terra, scava minerali, trasporta pietre e carbone su e giù per anfratti e cunicoli, e quando viene sera  il buio della notte li avvolge un’altra volta e ce li nasconde, a noi, che siamo ben felici di non poter vedere né sentire.

Ma quanti sono i bambini che ancora oggi lavorano nelle miniere?

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil)  sono più di un milione.

Più di un milione.  Mio Dio, quant’è più di un milione!

Quanto una città. Un’intera città popolata da bambini che vivono sotto terra come topi, abbandonati a se stessi come cani randagi. E noi non riusciamo a vederli.

Agli inizi degli anni '50 del secolo scorso, in Sicilia vi erano ancora centinaia di miniere dove si estraeva lo zolfo. E in queste miniere lavoravano migliaia di "carusi". Bambini con le gambe arcuate, le schiene storte, rachitici, venduti come schiavi, senza nessun diritto né istruzione. Questi bambini tornavano a casa una volta la settimana, per il resto dei giorni dormivano nei casolari abbandonati o addirittura dentro le gallerie delle miniere. una vita da bestie. Uno scandalo indegno di un paese civile. Ebbene, per far finire questo scandalo si sono dovute combattere battaglie politiche furiose.

Un ruolo importante in queste battaglie lo ebbero gli intellettuali, gli artisti. Furono due scrittori, Mario Farinella e Carlo Levi, a denunciare all'opinione pubblica nazionale la realtà dei "carusi". Fu un grande cineasta come Vittorio De Seta a immortalarli nei suoi documentari. Ecco che l'arte, uscita dalla sua torre d'avorio, diventava uno strumento di denuncia sociale, si faceva carico "del dolore del mondo offeso" (per usare un'espressione di E. Vittorini) e incideva nelle carni vive della società, scavava nell'indifferenza e nell'ipocrisia delle coscienze.

I "carusi" di oggi, quelli che vivono in Africa, in Asia o in America Latina, chi ce li racconta? Chi ce li fa conoscere?

 Usiamo l'arte come una clava. La cinepresa come un mitra che spara ventiquattro fotogrammi al secondo. Perchè forse è vero quello che il grande scrittore russo fa dire a uno dei suoi personaggi: "E' vero principe che la bellezza salverà il mondo?

ROSSOMALPELO, Un serbatoio di cultura?

di Filippo Altomare
(Scenografo, artista visivo e curatore della collezione)

Abbiamo messo insieme due elementi apparentemente non omogenei fra loro ma che, invece, una volta amalgamati, si direbbe oggi mixati perbene, hanno dato vita ad un prodotto  alquanto singolare nel panorama artistico-culturale italiano.

Il primo elemento l’abbiamo preso in prestito dalla fantasia di Giovanni Verga che, oltre cento anni fa, creò  il mitico e sfortunato personaggio chiamato Rosso Malpelo.

Il secondo l’abbiamo messo noi, non senza fatica,  attraverso il coinvolgimento di artisti, pittori, scultori, poeti, scrittori, saggisti, registi.

Tutte figure che convivono (virtualmente parlando) nel pianeta della creatività e dei sogni e che hanno messo a nostra disposizione  intelligenza, passione, generosità. In questo modo abbiamo avuto l’opportunità di offrire al pubblico uno spaccato significativo dell’arte italiana e internazionale che include anche le ultime generazioni presenti sulla scena artistico-culturale. Come avete avuto modo di vedere, la presenza artistica in questa esperienza espositiva appartiene a varie generazioni (si inizia con un’opera del 1924 di De Curtis, un carboncino del 1929 di Montanarini, una tempera del 1966 di Antonio Sanfilippo e prosegue con opere degli anni ’70-’80-’90 fino al 2008) e di conseguenza a linguaggi multiformi che vanno a sommarsi alle opere esposte la scorsa primavera (2007) nelle sale della Galleria Civica di Enna.

Certe volte mi chiedo perché i musei italiani non si comportino come quelli americani che progettano situazioni protese verso il futuro e investono milioni di dollari in contenitori che aprono l’utente a nuove opportunità. Forse la risposta è semplice: tutto dipende dalla forza economica che si mette in campo, da quanto si riesce a vedere oltre “l’ermo colle” e di conseguenza dalla ricchezza che il sistema paese esprime. L’organizzazione di base dei musei americani, ormai consolidata, è una grossa industria, una delle industrie più importanti assieme a quelle cinematografica e discografica che, tra piani di vendita o acquisizioni e investimenti  impiegano ingenti capitali interamente privati e gli acquisti di opere d’arte vengono fatte a suon di bigliettoni verdi com’è di regola nella strategia di mercato del  sistema capitalistico. Non esiste la donazione delle opere d’arte da parte degli artisti se non in una forma diversa da quella che conosciamo noi.  Mentre,  nel nostro paese, a meno che non ci siano cambiamenti politico-culturali e comportamentali,  la donazione, si può dire, è prassi quasi consolidata e grazie ad essa si sono create (a partire dagli anni ’80) decine e decine di Gallerie Civiche o Collezioni Pubbliche (vedi le opere donate da Mario Ceroli al Comune di Roma, oppure quelle date da tantissimi artisti in “conto deposito” e che possiamo ammirare alla Farnesina sede del Ministero degli Esteri) più o meno importanti e presenti anche in località minori della provincia italiana (Bronte, Caltagirone, Cesano Maderno, Erice, Gibellina, Siena, Spoleto, Termoli, Umbertide, ecc.). In pratica, nel nostro paese, chiedere in dono un’opera ad un artista, gallerista o collezionista è normale (questo non significa che le donazioni si attuino con facilità). Tuttavia, attraverso questa pratica, si è dato vita ad un patrimonio permanente che regge (almeno tenta) e si confronta con le realtà museali metropolitane di alto livello e forse più rappresentative nel panorama internazionale. La provincia italiana non può e non deve morire di mal di provincia e La Collezione Artisti Uniti per Rossomalpelo…nella prospettiva di un museo oggi, con oltre 200 opere, rappresenta un’opportunità per le diverse istituzioni. Gli Enti del territorio della provincia ennese, anziché puntare su soluzioni turistico-culturali effimere, dovrebbero, fra le altre cose,  impegnarsi in politiche coraggiose e realizzare in tempi rapidi un museo con riferimenti contemporanei al cui interno potrebbe trovare giusta collocazione la Collezione Rossomalpelo, diventata ormai una realtà. La produzione del film Hannibal Lecter (regia di Peter Webber), per girare alcune scene, all’interno di Palazzo Vecchio a Firenze, non ottenne il permesso. Ma, grazie ai potenti mezzi economici messi a disposizione della pellicola, si ricostruì fedelmente, perfino nei minimi dettagli, la sala de dugento con sculture, affreschi ecc. nei capannoni dell’ex-stabilimento Longinotti a Sesto Fiorentino. Una volta ultimate le riprese, le officine sono diventate meta turistica delle scolaresche.  Abbiamo visto che negli USA le politiche culturali e museali sono leggermente diverse da quelle nostre,  cambia l’approccio, ogni cosa ha un costo e naturalmente, secondo la politica di mercato, tutto si paga. Per visitare il MoMA (Museum of Modern Art di New York) l’amministrazione ha imposto l’astronomico prezzo d’ingresso di 20 dollari a persona; in Italia il prezzo del biglietto si contiene, ma se usassimo il parametro americano, avremmo i musei in difficoltà anche se, tuttavia, il pubblico, (o se si preferisce dire il fruitore) non manca e la presenza turistica straniera, che è determinante, fa la parte più importante. Il turista frequenta lo stesso, perchè trae e riceve esperienza estetica, godimento intellettuale, creativa curiosità oppure visita per semplice svago e piacere personale (vedi la mostra: “Caravaggio. L’immagine del Divino”, allestita presso il Museo Pepoli di Trapani che è stata visitata in pochi mesi da oltre 75.000 persone). In Italia esiste un patrimonio culturale enorme, per cui abbiamo i grandi musei presenti nelle città d’arte e un numero incalcolabile di piccolissimi musei decentrati sul territorio, che conservano e trasmettono la memoria di qualcosa o di qualcuno. Come l’importante museo dell’emigrazione di Salina, che ha sollecitato l’immaginario del regista Emanuele Crialese e, proprio dopo aver visitato il museo, si è accesa quella famosa lampadina della creatività da cui è nata l’idea del film Nuovomondo

E che dire del museo archeologico di Gela, uno dei musei più importanti che abbiamo nell’isola, ma che passa in secondo piano perché emergono altre priorità. Proprio da Gela parte il viaggio del regista Daniele Vicari che pone l’accento sul sogno industriale della città siciliana, prima terra di pecore, poi polo petrolchimico e oggi abbandonata a se stessa e alle sue illusioni. Dove la realtà quotidiana si scontra con la malavita organizzata e il degrado entra nel tessuto cittadino e si estende a macchia d’olio.

Anche la letteratura nel secondo dopoguerra, attraverso vari scrittori, si inserisce nel dibattito politico-culturale nazionale e Angelo Petyx si allinea alla corrente del realismo che affonda le sue radici nel verismo verghiano. L’autore (nato in provincia di Caltanissetta) usa una prosa semplice e disarmante che non trova precedenti nella nostra letteratura. La miniera occupata è un piccolo capolavoro che mi piace ricordare per il solo gusto di riportare alla memoria  una figura quasi dimenticata e che fotografò la società mineraria siciliana della fine degli anni quaranta. Anche il mondo dell’arte scende in campo con Giulio Turcato che tra gli anni ‘40/’50 aderisce alla corrente artistica Forma 1 e, secondo lo spirito e lo stile del periodo, dipinge  alcune opere dedicate alle miniere.

Proprio in quegli anni (1946-47), in Sicilia, si fa strada un’interessante esperienza cinematografica che prende il nome di Panaria Film. L’iniziativa parte dal Principe Francesco Alliata, dall’aristocratico Pietro Moncada e da altri due nobili siciliani i quali, avendo comuni interessi, si misero assieme per produrre film e documentari sul mondo subacqueo e sulle miniere di zolfo. La Panaria Film fu un esperimento di “casa di produzione siciliana”, attraverso la quale  si produssero film come Vulcano,  interpretato da Anna Magnani e che costò all’epoca, ai quattro amici, 220 milioni di lire. Nel 1949 Rossellini (che era legato sentimentalmente alla Magnani) lasciò l’attrice italiana per la star hollywoodiana Ingrid Bergman, che fu la protagonista principale del suo film Stromboli. In quel periodo la Sicilia divenne il set più importante della cinematografia italiana, ma, dopo diversi anni Panaria Film, non so perché, smise di esistere (forse esaurì gli intenti), mi pare, intorno al 1956.

Oggi non mancano tentativi di ricreare in Sicilia, soprattutto nella provincia palermitana e non solo, un polo cinematografico-televisivo. Agrodolce sarebbe la fiction ideata da Giovanni Minoli e non saprei dire se sua moglie, Matilde Bernabei (vice presidente della Lux Vide SpA) sia coinvolta nel progetto. Fra le tante produzioni di fiction in Sicilia, merita una menzione speciale il Commissario Montalbano (scritto da Andrea Cammilleri) per le bellissime locations, interne-esterne, utilizzate dallo scenografo Luciano Ricceri e diventate in poco tempo mete apprezzate dai cineturisti. Si parla tanto di soluzioni creative, di poeti dell’immagine e mestieranti, arte e artigianato, impegno sociale nel campo della cinematografia, ed ecco che la cooperativa di produzione indipendente Arbash Film con il regista Pasquale Scimeca mette in cantiere diverse pellicole, più o meno conosciute (forse alla maniera del produttore e regista Roger Corman, famoso perché realizza film con pochi soldi, girati in due o tre settimane).

Nel 2006 è la volta di Rossomalpelo. Il film, confezionato da Scimeca, è stato girato tra le grotte, il castello di Sperlinga e il bacino minerario, ormai in disuso, di Floristella-Grottacalda. E’ una produzione che  mette in luce e si lega con un filo all’emergenza mondiale e al fenomeno dello sfruttamento minorile. Da molti, questo film viene visto come una finestra dalla quale ci si può affacciare e vedere casa nostra, ma anche e soprattutto porre lo sguardo su alcune zone povere della terra piene di contraddizioni, ipocrisie, profitto, e lo sfruttamento, appunto, di milioni di bambini indifesi, ignoranti, poveri, invisibili e anonimi è la prassi. Si tratta di un esercito di ragazzi sotto i 15 anni che in Italia come nel mondo, vengono abbandonati, schiavizzati, ricattati, spremuti, usati, maltrattati, mutilati, violentati, uccisi.

Ecco perché ci è piaciuto puntare su qualcosa che giunge a far rivivere la memoria di Rossomalpelo e il film, devo dire,  ce ne ha dato l’opportunità ( grazie a questa pellicola siamo riusciti a recuperare e mettere insieme opere d’arte, poesie, canzoni, video, costumi di scena del film, foto di scena, attrezzi usati nelle riprese) e senza di esso probabilmente ci saremmo occupati d’altro.

 
GUERRA DI PAROLE

Diversamente poveri

di Gianfranco Angelucci (Regista e critico cinematografico)

Povertà!? Sfruttamento del lavoro minorile? Ma di cosa stiamo parlando. Non esistono più i poveri, non ve ne siete ancora accorti? Dove non è riuscito Gesù con la sua predicazione d’amore – “Ciò che darete al povero lo darete a me”- ha trovato istantaneo rimedio grazie alla mentalità illuminata del nuovo millennio. E’ bastato un decreto ben mirato a riformare il vocabolario in ossequio alla più moderna visione del “politicamente corretto” e l’annoso, secolare problema è stato risolto alla radice. Proibito a tutti chiamare povero un povero, su questo mondo nel peggiore dei casi ci saranno degli ‘incapienti’. 

Come già faceva il Grande Fratello in 1984 di George Orwell aggiornando infaticabilmente con eserciti di impiegati i libri di storia, dovremo riscrivere tutti i testi in circolazione, i manuali scolastici, gli articoli dei giornali. Cancellare pagina dopo pagina dalla carta stampata ogni traccia o sospetto di discriminazione verbale non gradito al nuovo potere. Evitando innanzitutto di urtare la nostra squisita sensibilità progressista: basta con i poveri, è una vergogna! “Incapienti” suona meno traumatico. E non importa che un vocabolo così singolare, cacofonico, oggettivamente  poco usato nella nostra lingua non venga compreso soprattutto dai diretti interessati; cioè da coloro che essendo incapienti sono in genere anche ignoranti. Il beneficio che ne trarranno è indiscutibile. Da oggi godranno di tutt’altra dignità. Pensate l’umiliazione di recarsi alla ‘mensa dei poveri’; e che soddisfazione invece mettersi in fila alla ‘mensa degli incapienti’, sembrerà di avere accesso a un circolo filosofico, a un esclusivo club inglese. E anche quei pietosi cartelli appesi al collo dei mendicanti, ci appariranno finalmente in un diverso decoro: “Fate la carità a un incapiente”. Come non averci pensato prima! Mai sottovalutare la genialità degli innovatori, è stata sufficiente la sostituzione di un termine per bandire dalle nostre vite l’ignobile ingiustizia: il mondo diviso in ricchi e poveri, ma che senso potrà mai avere nel terzo millennio! Adesso si torna a respirare. E non lo dico per noi privilegiati che ancora bene o male ce la caviamo, ma per quei derelitti maltrattati prima dal destino e poi anche dalle parole. Ci voleva tanto a  capirlo? Se Dio vuole la nuova definizione rimette radicalmente le cose a posto. Giustizia è fatta. Saranno contenti  i meniños de rua, i mocciosi criminali senza casa e senza famiglia che vivono sulle strade di Rio de Janeiro e ogni tanto vengono sterminati a mitraglia dai vigilantes notturni della città. Come si mormora che accada a Roma con i gatti di Largo Argentina a Ferragosto, quando la città è deserta: una bella incursione di lanciafiamme, e se ne riparla il prossimo anno. Saranno contente anche tutte quelle povere creature costrette a cedere organi a chi può comprarsi la salute con poca spesa, squartati negli ambulatori per i pezzi di ricambio e poi buttati via come carcasse svuotate. Felicissimi poi i piccoli neri dell’Africa, che già a sei, sette anni, vengono messi a disposizione dei pedofili di tutto il mondo, specie del Nord Europa, e a 10 anni crepano di AIDS. In una sorte comune ai loro coetanei in Thailandia, in Vietnam, a Singapore, e in ogni latitudine afflitta dalla prostituzione minorile e schiavitù sessuale. Saranno contenti quei bambini uccisi negli snuff movies, utilizzati come eccitante materiale di pornografia estrema in filmetti ben confezionati per chi gode a veder straziati gli innocenti.  Saranno contenti i figli dei Rom, che vengono messi a mendicare da quando si reggono da soli sulle gambe e se non riportano a casa la somma stabilita da genitori e parenti, vengono mutilati, sciancati, accecati per suscitare maggior compassione nell’anima di tante persone civili a cui fa orrore pronunciare il termine povertà e preferiscono modificarlo in incapienza; meno sensi di colpa e fastidiosi disturbi per la tranquillità della coscienza. Potranno essere contenti persino i piccoli figli di Allah che in cambio di una manciata di denaro elargita ai loro genitori, vengono mandati a farsi esplodere fra le popolazioni ‘nemiche’ drogati fino alla demenza e con una cintura di esplosivo attorno alla vita. A maggior gloria dell’Islam. Il loro triste sacrificio non sarà più imputabile alla povertà, l’amor proprio è salvo. Saranno quindi certamente sollevate  quelle falangi di bambini utilizzati per annodare tappeti orientali, soprattutto in Iran, scelti fra i più gracili e minuti perché ci vogliono dita sottilissime a compiere quel lavoro da segregati, e non importa se in pochi anni diventano ciechi. O muoiono. Come i ‘carusi’ siciliani che venivano mandati a lavorare nelle miniere di zolfo (oggi non più?) dalle famiglie indigenti – pardon, incapienti -  per un boccone di pane, e se non finivano stritolati dal crollo delle gallerie, ci pensava la polvere a corrodere i loro polmoni, o la tisi. Finché non si accasciavano al suolo come cenci lerci, al pari dei somari che non vedevano mai la luce del giorno. E sotto un altro. Li racconta Pasquale Scimeca in “Rosso Malpelo” il film tratto dalla celebre novella di Giovanni Verga e ambientato a Floristella, nell’Ottocento. Ma allora i poveri esistevano, non era ancora avvenuta la provvidenziale riforma del dizionario.

Oggi nessuno deve più temere l’onta di quella sprezzante parola. Non debbono preoccuparsi i ‘femminielli’ di Napoli, maschietti vestiti da bambine fin dalla tenera età per soddisfare i capricci dei viziosi. Oppure gli scugnizzi addestrati al furto e allo scippo da quando sono ‘piccirilli’,  e che da mattina a sera saettano in motorino per la città come corrieri della droga non punibili dalla legge. I ‘muschilli’ li chiamano, i moscerini, perché si muovono a frotte, in sciami. Li ho conosciuti di persona girando un servizio su di loro per una trasmissione di Sergio Zavoli intitolata “Viaggio intorno ai giovani”. Con la troupe siamo saliti ai ‘quartieri’ lungo quei vicoli scoscesi che da Forcella si inerpicano verso la sommità della collina. Siamo entrati nell’antro di una grassa ricettatrice che dietro le pareti fatiscenti di un edificio da suburra occupava un appartamento arredato molto vistosamente, in stile sceneggiata alla Mario Merola, con divani chippendale di velluto e damaschi, foderati di cellophan, specchiere a parete, sale da pranzo complete di buffet e controbuffet. In una stanzetta senza finestre era attrezzato lo studiolo, un bilancino da orafo e un quaderno su cui venivano annotati gli oggetti di valore che affluivano. Era lei che organizzava il movimento di quella legione di muschilli. Ogni volta che arrivavano con un bracciale, un orologio, una catenina, l’orchessa pesava, registrava e dava ‘le cinquemila lire’. Gli scugnizzi intascavano in fretta, scendevano a precipizio le scale, inforcavano di nuovo il Vespino 50 e si dileguavano nel dedalo dei vicoli lanciandosi verso l’avventura successiva. Erano tutti esaltati per Agostino ‘o pazzo che a quel tempo faceva dannare i poliziotti guidando per le strade anguste e tortuose dei quartieri come fosse su una pista, imprendibile. Meglio di Valentino Rossi, tanto che una casa motociclistica provò davvero a sperimentarlo in circuito. Per quei bambini lo scippo era l’apprendistato, l’allenamento ai nervi saldi. Lo stadio successivo era la rapina, il passaporto per l’entrata fra i camorristi. E allora il muschillo insieme ai gradi otteneva l’oggetto più ambito, la pistola. Uno di essi accettò di parlare nella semioscurità di una cantina, ripreso di schiena e con la voce alterata da un filtro acustico. Apparve in trasmissione a raccontare la sua storia e affrontò l’intera intervista, rispose alle mie domande, senza mai lasciare l’arma, un’automatica sproporzionata alla sua statura, più grande di lui. Che tuttavia aveva già usato e avrebbe continuato ad usare. Quel raccapricciante strumento di morte costituiva per lui un sogno raggiunto, una ragione di orgoglio e un simbolo di potere. L’intervistato aveva dodici anni, avviato su una strada, probabilmente senza ritorno, non dalla povertà, dalla miseria, ma da un’asettica incapienza. E i sociologi che hanno coniato questo termine impronunciabile chissà come ne andranno fieri, come si sentiranno intelligenti.

Aveva ragione Einstein, a due cose non c’è limite, l’universo e la stupidità umana.

Mi chiedo come reagirebbe Oliver Twist, tenero pezzente dei bassifondi di Londra, a sapere di non essere più povero. Con quale disprezzo guarderebbe Charles Dickens, il suo creatore, che ora rischia seriamente di essere messo all’indice per crudeltà mentale. E come se la caverà il Monello di Charlie Chaplin insieme a tutti quei piccoli clochard con le maglie strappate e la coppola di traverso, che Charlot mette in scena nei suoi film capolavoro, smunti, affamati, intirizziti di freddo nelle stamberghe di miserabili periferie americane. Saprebbero ancora aguzzare l’ingegno per sopravvivere, esiliati ad un tratto dalla loro protettiva cornice di povertà? Sotto il nome di incapienti c’è da credere che perderebbero ogni fascino e poesia, ridotti a grigi burocrati del crimine minorile. Pensate a quegli imberbi omertosi di Little Italy raccontati da Francis F. Coppola nel Padrino; o ai delinquentelli della mafia ebraica che Sergio Leone ha rappresentato da par suo in C’era una volta in America; passerebbero completamente inosservati, inutili campioni di un degrado senza nobiltà. E il misero De Amicis! Non voglio pensarci. Mi dite voi cosa ne faremo di uno scrittore che ha indotto alle lacrime intere generazioni di italiani con i personaggi poverissimi del libro Cuore, e gli strazianti racconti mensili dove i bambini poveri sono anche eroi senza macchia? Il Piccolo scrivano fiorentino, La Piccola vedetta lombarda come riuscirebbero, da incapienti, a commuoverci con la loro irraggiungibile statura morale?

Ma io dico, vogliamo metterci a riscrivere il Vangelo? A ridare i titoli agli apologhi del Vecchio Testamento? Come ci riferiremo alla parabola del Ricco Epulone contrapposto al Povero Lazzaro? “C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo.” Inutile continuare, è una perdita di tempo.

E non potremo più bearci a Il ricco e il povero, la fiaba dei fratelli Grimm; meno che mai a  “Povero ricco" la serie televisiva in 34 episodi tratta dal romanzo dell'americano Irwin Shaw. Ci sarà proibito commuoverci a calde lacrime con i film di Frank Capra? Diffidati di rivedere a Natale “La vita è meravigliosa” con James Stewart ridotto in compassionevole povertà che viene salvato dal suicidio nelle acque gelide del fiume da Clarence, Angelo di seconda classe. E “L’albergo dei poveri” di Massimo Gorkij dovremo per forza chiamarlo col suo secondo nome “I Bassifondi”? E il romanzo di Tahar Ben Jelloun che porta il medesimo titolo “L'albergo dei poveri” – ma è un’ossessione, una perversione! - ambientato in un ospizio di Napoli, verrà per questo bandito?

Poveri di tutto il mondo, indigenti, mendicanti, rassegnatevi, non esistete più. Inutile che prendiate freddo ai semafori tentando di pulire i parabrezza delle auto, o che vi mettiate fuori di una chiesa a capo chino a bisbigliare la vostra disgrazia. Nessuno più vi aiuterà, non siete poveri, è stato un abbaglio, un quiproquo, vi siete illusi di esserlo. Invece siete solo degli incapienti. Affrancati per un salto di civiltà fuori della vostra infelice condizione. Siete sfuggiti per lungimiranza politica alla morsa umiliante della povertà. Ora sarà vostro preciso dovere organizzarvi, acquisire questo nuovo modo di vedere, ricondizionarvi mentalmente. Magari prendendo lezioni accelerate da chi ne sa più di voi, tutti i disabili, minorati e menomati che con un simile accorgimento linguistico hanno mutato dal giorno alla notte la qualità della loro vita; transitati prima per un ancora ambiguo e penalizzante “portatori di handicap”, infine approdati trionfalmente a una definizione senza più ombre: diversamente abili.

E buona fortuna a tutti!

ROSSOMALPELO

 di Giuseppe Pansini (Psicologo e psicoterapeuta)

La mia vita è la scala dell’assurdo. Sono stato concepito sulla curva rosa e grigia del mare. Sono nato quel giorno. Ho vissuto un tempo aggrappato alla terra. Ah, che illusione! Pensavo fosse Amore! Chiedevo affetto e tenerezza. Pensavo d’essere in una grotta di piacere e di delizie, ma no! Ben presto ho saputo d’essere io la miniera, d’essere io la caverna in cui i mostri danzano e sputano la polvere sulfurea e nera del dolore. Ogni giorno gli orchi, ciechi, mi chiedono di più, più di quanto io debba o possa fare. Salgo uno scalino e precipito più in basso, negli abissi purpurei e acidi del cuore. La mia anima, randagia, è d’onice gialla. La mia…è la vita assurda! E, poi!!!? Volete sapere ancora dove sono?

Io sono dove ogni sentiero finisce, lì dove sono due alberi, una casa ed un monte fumante. Sono dove la luna è accesa e s’ode il cammino di chi percorre la via. Non so chi sia mio padre. Mia madre ha gli occhi incavati, i capelli sciolti, incolti e ruvidi. Ha il volto e la pelle scura, il seno sgonfio ed il ventre piatto. Trascorre la maggior parte del tempo, muta, seduta su un sasso a due passi da casa. Di tanto in tanto la sento urlare il nome del suo uccello senza nido…Codazinzola, Codazinzola, vieni qua, vieni qua!…Codazinzola è il suo unico amico.

Mia madre crede d’essere la figlia della Notte e la custode delle Stelle. Una sera mi disse…Figlio mio, le tue saranno nozze d’oro e, quel giorno, ti regalerò il mio scrigno di gemme preziose…Non ho mai creduto alle sue sentenze! Mi hanno spiegato che la follia è un orcio vuoto e forato. Lei, perciò, non formula pensieri. Le sue parole sono gli spifferi del vento che attraversano i buchi della mente. Stasera, ad esempio, dopo aver guardato alcune scene in tv, non fa che ripetere…Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…Ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…Mio dio!…e non abbiamo di che vivere!

La lupa, nel suo giaciglio in giardino, ha partorito una cucciola. Il fatto è vero, anche Antonio, un mio amico, lo sa e lo racconta in giro. Mia madre, forse, ha ragione…ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti…Stamani prendo la cagnetta e la porto al parco.

Per strada, incontro un signore distinto, ben vestito, con giacca e cravatta nera, la camicia bianca e le scarpe, anch’esse bianche e a puntini neri. Bianco è anche il cappello a tese larghe e con una fascia nera. Fuma un sigaro dall’odore acre, dev’essere un vecchio toscano. Ha lo sguardo fisso su un manifesto mortuario dove è scritto…GINO DE DOMINICIS…Cerco una maniera per attaccare bottone, e così…Dottore, quello lì è morto!…No, no, non è morto, sta provando a morire. Dottore, ne sono sicuro, è defunto, ne hanno parlato anche i giornali…Certo, non sono stato al suo funerale, ma è morto…Dottore, comprate la mia cagnetta!…Lui è vivo, è partito per un lungo viaggio, è andato a cercare una sua cara amica…e, sbirciando la mia cagnetta, aggiunge…No, non so che farmene della tua cagnetta rossomalpelo…Dottore, sono sicuro che le darà tante soddisfazioni, accetti la mia cagnetta!…e poi io una volta ho anche lavorato per lui. Qualche tempo fa mi fece sedere su una sedia…ricordo ancora il profumo del mare…e molta gente ignota veniva a guardarmi…non so perché, ma so che quel giorno ebbi un buon pasto. Le assicuro che ormai anche lui è tra coloro che non tornano più…La sua amica ha scoperto e possiede la medicina dell’immortalità. Lui la berrà e, perciò, non morirà mai…Dottore, le confesso: ho visto il suo scheletro calzare i pattini a rotelle e correre verso la tomba…La mia cagnetta è bella, qualunque cifra mi darà, sarà sempre un affare…Ragazzo, tu giochi a tirare sassi nello stagno e riesci a cavarne che cerchi. Lui era capace d’ottenere quadrati. Uno come lui, che ha imparato a volare, non può morire!…Caccia dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni il portafogli e mi passa un biglietto da cento…Grazie Dottò…la cagnetta è vostra…No, no grazie, tieni i soldi e pure la cagnetta, non so che farmene…E no Dottore, scusate. Non è possibile! Mi spieghi, perché io, adesso, con i MIEI soldi dovrei dar da mangiare alla SUA cagnetta?…

Torno a casa…Mamma, oggi ho trovato la bontà d’uno sconosciuto!



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